1 CHE COSA E’ LA CRIMINOLOGIA E QUALI SONO LE SUE ORIGINI
Prima
di iniziare questo percorso è bene che tutti siano informati su ciò che andremo
a trattare.
Che
cos’è la Criminologia?
La
criminologia è la scienza che studia il crimine e chi lo commette.
Nasce
nel 1876 con la pubblicazione de” L’uomo delinquente” di Cesare Lombroso e si
sviluppa utilizzando i metodi di ricerca della psicologia, della psichiatria,
della sociologia e del diritto ma anche della psicoanalisi e della genetica.
Una
tale varietà di approcci sta a dimostrare come non esista una scienza dell’uomo
che non possa fornire un contributo allo studio del crimine.
Tutti
abbiamo fantasie aggressive ma non tutti consumiamo dei delitti.
La
differenza è tra chi ha sviluppato una personalità sana e regola questi impulsi
senza trasformarli in azioni e chi invece quelle fantasie le mette in pratica.
Il
confine tra la normalità e la delinquenza sta proprio nel non controllare
l’aggressività.
A
questo punto entra in gioco la
personalità che è l’insieme delle caratteristiche che definiscono un
individuo.
E’
costituita da una parte innata, il “temperamento”,
determinato dai geni ma il suo sviluppo avviene a seconda delle relazioni con
gli altri e del contesto sociale.
Le
personalità sane sono capaci di adattarsi perché flessibili, quelle patologiche
sono rigide e adottano un solo comportamento.
Per
esempio, c’è chi si sente costantemente minacciato dagli altri (paranoia): una
banale conversazione innesca in lui la diffidenza che, in casi estremi, può
sfociare nella violenza.
Tra i
numerosi disturbi della personalità quello prevalente nel mondo criminale è il
disturbo antisociale: chi ne soffre
agisce senza pensare.
Le
manifestazioni di questo disturbo sembrano il ritratto di molti delinquenti:
mancanza di rimorso o senso di colpa, indifferenza per le sofferenze causate
agli altri.
Il
criminale più pericoloso è quello che a priori non appare aggressivo.
Di
fronte ad un delitto inspiegabile si ricorre erroneamente al termine di “raptus”.
In
realtà il raptus non esiste in quanto durante le perizie psichiatriche emergono
le motivazioni legate al comportamento criminale e il contesto sociale.
Concludo con una frase emblematica del matematico Quetelet, inventore della statistica criminale: “E’ la società che prepara il delitto; il delinquente non fa altro che compierlo”.
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Laura, 12 luglio 2009
Buongiorno,
dopo un breve periodo di ferie, eccomi di nuovo a voi.
Abbiamo affrontato l’argomento della Criminologia con un breve accenno a come è nata e alla sua storia.
Ora, credo sia il caso di approntare una scaletta di ciò che andremo a trattare prossimamente.
Per quanto mi è possibile vorrei cercare di dotare tutti coloro che visiteranno questo sito di nozioni e conoscenze in merito a diversi argomenti inerenti questo affascinante campo.
Un viaggio nella psiche dei Serial Killer per capire le logiche perverse e le patologie mentali. La pedofilia. L’omicidio rituale (sette sataniche). Lo stalking. La violenza domestica. Le parafilie sessuali. L’analisi della scena del crimine. Il bullismo. La sindrome di Stoccolma. Gli abusi nell’infanzia. Il traffico di organi. Il mobbing. Gli ultrà e la violenza negli stadi.
Esamineremo anche alcuni dei delitti di cronaca (risolti e irrisolti) avvenuti in Italia. Dal caso Sindona alla morte di Roberto Calvi. La morte di Enrico Mattei e il caso Moro. Il rapimento di Emanuela Orlandi e i delitti del Mostro di Firenze e…….molto altro ancora!
Ovviamente analizzeremo anche i tre omicidi per eccellenza: quello di Simonetta Cesaroni (Via Poma), quello di Alberica Filo Della Torre (Olgiata) e quello del piccolo Samuele Lorenzi (Cogne).
Inizieremo il percorso a settembre dopo le ferie.
Naturalmente se qualcuno di voi volesse approfondire qualche altro argomento al quale è interessato, può segnalarlo tramite il sito.
BUONE VACANZE A TUTTI!!!!!
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Laura, 29 settembre 2009
Bentrovati a tutti,
come promesso eccomi di nuovo a voi per iniziare il nostro percorso.
Il primo argomento che tratteremo riguarda i Serial Killer e lo affronteremo con un viaggio nella loro psiche analizzando logiche e patologie.
La prima domanda che sorge spontaneamente sentendo parlare di Serial Killer è: Ci si nasce oppure, in qualche modo, ci si diventa?
Andiamo a vedere.
Prima di tutto la definizione esatta di Serial Killer è riferita ad un individuo che uccide almeno tre vittime in eventi distinti, in luoghi separati e con un periodo di intervallo tra un omicidio e l’altro.
Questo periodo può durare giorni, mesi e addirittura anni.
Il soggetto può uccidere più di una persona in ciascun evento, può colpire a caso oppure scegliere accuratamente le sue vittime.
Le caratteristiche principali dell’omicida seriale sono una famiglia multiproblematica alle spalle,una intelligenza sopra alla media,una fantasia molto sviluppata, incapacità di provare empatia ed inoltre smette di uccidere solo se ucciso.
L’infanzia dei Serial Killer è spesso caratterizzata da violenze sessuali, fisiche e psicologiche.
La loro psicopatologia riguarda disturbi mentali su base organica (Sindrome del lobo frontale, Disturbi correlati a sostanze stupefacenti e Psicosi organiche); disturbi mentali dell’età evolutiva (Ritardo mentale e Disturbo della condotta); psicosi (Schizofrenia e Paranoia); parafilie (Sadismo sessuale, Pedofilia e Necrofilia).
Il fattore che sta alla base dell’omicidio seriale è la Necromania, una parafilia che consiste nella ricerca del rapporto diretto con la morte mediante l’uccisione ed il successivo contatto con il cadavere.
Esistono due tipi di Serial Killer, quello organizzato e quello disorganizzato.
Il primo pianifica il delitto, conversa con la vittima e lascia il luogo del crimine ordinato.
Il secondo agisce esattamente nel modo contrario, aggredisce improvvisamente ed esercita violenza post-mortem.
Le vittime dei Serial Killer sono sia uomini che donne ma anche bambini.
Gli uomini sono di solito omosessuali. I loro omicidi esprimono la non accettazione di sé.
Le donne sono prostitute e anziane. L’assassino di prostitute è spesso disturbato nella sfera sessuale mentre l’anziana rappresenta la madre con la quale il soggetto ha avuto, molto probabilmente, un rapporto traumatico durante l’infanzia.
Per quanto riguarda i bambini l’omicidio seriale si suddivide in due categorie: quello motivato da pedofilia (che andremo ad analizzare in seguito) e l’infanticidio che, quando sono i genitori ad uccidere i propri figli, viene denominato figlicidio.
Di solito siamo abituati a classificare Serial Killer gli uomini, ma esistono anche Serial Killer donna.
Le donne, a differenza degli uomini, non mirano a gratificazioni sessuali, non eccedono in violenza e uccidono di solito tra le mura domestiche.
Ne esistono svariate tipologie.
Tra queste ricordiamo gli Angeli della Morte (uccidono persone affidate alle loro cure), Vedove Nere (uccidono i mariti o altri membri della famiglia), donne affette dalla Sindrome di Munchausen (inventano sintomi o addirittura procurano loro stesse disturbi nei loro figli fino a condurli alla morte).
Vorrei concludere stilando l’identikit del Serial Killer italiano:
-E’ un uomo dall’apparenza normale;
-E’ nato in prevalenza al nord;
-E’ cresciuto povero d’affetto;
-Spesso è vissuto in orfanotrofio;
-E’ stato in prigione;
-E’ celibe;
-E’ disoccupato oppure fa un lavoro non qualificato;
-Soffre di disturbi psichici;
-Colleziona armi o coltelli;
-Ha una età compresa fra i 30 e i 35 anni;
-L’approccio con la vittima avviene tramite inganno.
Inoltre è bene sapere che i Serial Killer che hanno ottenuto qualche forma di libertà hanno ripreso ad uccidere.
Alla luce di quanto fin qui espresso possiamo tranquillamente affermare che Serial Killer non si nasce ma……..ci si diventa! TORNA SU
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Laura, 19 ottobre 2009
Salve a tutti,
il secondo argomento che andremo a trattare riguarda l’abuso sui minori e la pedofilia.
Nell’ambito delle condotte abusanti se ne distinguono quattro:
- VIOLENZA FISICA: ogni azione fisicamente dannosa (bruciature, ferite, ecc.) diretta contro il bambino;
- TRASCURATEZZA FISICA E AFFETTIVA: incapacità dei genitori di comportarsi adeguatamente per la tutela del bambino;
- ABUSO PSICOLOGICO: il bambino è costantemente rimproverato;
- ABUSO SESSUALE: il coinvolgimento del bambino in atti sessuali come stupri, incesti, ecc.
Gli effetti psicologici a fronte di questi comportamenti vanno dall’insicurezza all’inerzia, dall’aggressività a un ritardo nello sviluppo psico-fisico fino a compromettere lo sviluppo della personalità che, in età adulta, può portare alla tossicodipendenza, all’alcolismo oppure a problemi psichiatrici.
Tra gli abusi sessuali si annovera il fenomeno della Pedofilia.
Che cos’è la pedofilia?
E’ una pulsione che porta a desiderare di avere una attività sessuale con bambini pre-puberi di età generalmente inferiore ai tredici anni. Il soggetto per essere considerato pedofilo deve avere almeno sedici anni o, comunque, almeno cinque anni in più rispetto al bambino coinvolto.
Leggiamo ogni giorno sui giornali oppure apprendiamo dalla televisione di bambini violentati e uccisi ma il “pedofilo puro” ama il bambino, non lo ammazza, per lui è un oggetto sessuale e in alcuni casi vive con lui anche un rapporto di tipo paterno.
La pedofilia nasce dal fatto che il bambino non supera il complesso di Edipo e quindi, anche in età adulta, ha una posizione infantile.
Il pedofilo finisce per identificarsi con il suo partner, vede in lui se stesso bambino e lo colma di tutte quelle attenzioni che a lui non sono state date. I pedofili si dividono in tre categorie:
PEDOFILI PURI che in genere non ricorrono al mercato della prostituzione organizzata perché il bambino preferiscono cercarlo da soli; PEDOFILI OCCASIONALI quelli che hanno impulsi perversi ma sono capaci di controllarli e passano all’azione soltanto se c’è un bambino ben preciso che li stimola;
PEDOFILI INATTIVI è la categoria più pericolosa perché vi appartengono i malati di mente e i criminali che fanno della pedofilia un vero e proprio mercato.
I trattamenti per la cura della pedofilia sono di due tipi:
TRATTAMENTO MEDICO-BIOLOGICO che comprende la castrazione chirurgica (asportazione dei testicoli) e quella chimica (somministrazione di farmaci che inibiscono la produzione del testosterone);
TRATTAMENTO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE che comprende diverse tecniche come quella di sensibilizzazione, quella di avversione, quella del controllo degli stimoli e altre.
IDENTIKIT DEL PEDOFILO
Persona di età superiore ai 30 anni;
Apparentemente normale;
Discreta cultura;
Sposato e con figli.
Questo soggetto comincia a cercarsi delle occasioni che lo facciano rimanere solo con il bambino che lo attrae, passando all’azione e nutrendo nei confronti del minore un vero e proprio sentimento che lo porta a sperimentare gelosia e possesso. TORNA SU
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5 L’OMICIDIO RITUALE (Sette Sataniche)
Laura, 26 ottobre 2009
L’omicidio rituale, che può anche essere seriale, è attuato da un soggetto che uccide una o più persone per offrire un sacrificio ad una entità soprannaturale in cambio di vantaggi spirituali o profitti terreni. L’omicidio rituale seriale è quasi sempre di tipo schizofrenico con stati dissociativi che si concretizzano con fughe dalla realtà in soggetti paranoici e psicotici. Le motivazioni possono essere: RELIGIOSA = data da una fede smisurata in un sistema di credenze con dedizione assoluta ad una divinità;
PARAFILIACO-SESSUALE = con gratificazione sessuale di tipo aberrante attraverso l’omicidio per libidine o per desiderio;
EGOTICO-CENTRICA = data da un bisogno di spiritualità e da una necessità di sottomissione ed assoggettamento della vittima. Causa scatenante dell’omicidio rituale è quasi sempre il Satanismo. Quando si parla di satanismo ci si riferisce di norma a persone, gruppi o movimenti che praticano l’adorazione e l’invocazione del demonio. Il satanismo ha una componente che confina con la follia e con la perversione sessuale, unitamente ad una componente religiosa ed anticristiana di odio contro Dio e Cristo. Il concetto di satanismo trae origine dal Sabba ossia una riunione di streghe, maghi e demoni che avveniva nella notte tra il venerdì e il sabato in luoghi isolati e selvaggi. Tra le nefandezze da loro compiute c’era l’uccisione di bambini attraverso una pratica rituale. Il Sabba si definì durante il periodo medioevale e, con l’Inquisizione, iniziò la lotta contro i cristiani che furono accusati di rinnegare Dio, bestemmiare, adorare Satana e consacrargli i loro bambini. Oggi professarsi satanista non costituisce reato penale in quanto tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge. Il satanismo non va inoltre confuso né con la magia, né con lo spiritismo o l’esoterismo. I satanisti normalmente sono raggruppati in sette. Per entrare a farne parte c’è una sorta di reclutamento che avviene attraverso una selezione iniziale. Il soggetto viene persuaso per poi essere reso manipolabile per gli scopi della congregazione. Alla base dei rituali satanici c’è la Messa Nera, un rito anticristiano dove il corpo nudo di una donna funge da altare sul quale profanare l’ostia consacrata trafugata dai tabernacoli. Il rito della messa è ad opera di un sacerdote spretato e si conclude con l’uccisione della donna come atto di sfida a Dio. TORNA SU
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6 LO STALKING: conoscerlo e difendersi
Laura, 18 novembre 2009
La parola STALKING deriva dal linguaggio tecnico della caccia e letteralmente significa “fare la posta”.
In termini psicologici, lo stalking è un complesso fenomeno relazionale che viene individuato anche come “Sindrome del molestatore assillante”.
I protagonisti principali di questo fenomeno sono:
lo stalker;
la vittima;
la relazione forzata che si stabilisce fra i due e che provoca un continuo stato di ansia e paura nella vittima.
Lo stalking può presentare una durata variabile che va da uno o due mesi fino a coprire un periodo lungo anche anni.
Può essere un conoscente, un collega, un completo estraneo oppure, come più frequente, un ex-partner.
In genere gli stalker agiscono per recuperare un rapporto finito, altri invece hanno semplicemente l’intento di stabilire una relazione sentimentale.
In ogni caso, per il molestatore, la vittima diviene l’oggetto su cui investire i propri bisogni di riconoscimento e di attenzione.
A seguito dell’analisi dei profili psicologici di numerosi stalker, si è giunti ad individuarne cinque tipologie.
Il RISENTITO = si tratta di solito di un ex-partner che desidera vendicarsi per la rottura della relazione sentimentale causata, a suo avviso, ingiustamente;
Il BISOGNOSO D’AFFETTO = motivato dalla ricerca di una relazione che può riguardare l’amicizia o l’amore;
Il CORTEGGIATORE INCOMPETENTE = manifesta una condotta basata su una scarsa abilità relazionale che si traduce in comportamenti opprimenti ed invadenti;
Il RESPINTO = manifesta comportamenti persecutori in reazione ad un rifiuto;
Il PREDATORE = ambisce ad avere rapporti sessuali con una vittima che viene pedinata, inseguita e spaventata.
L’età delle vittime varia dai 14-16 anni fino all’età adulta, con un calo dopo i 50 anni.
I dati del Centro Antipedinamento di Roma hanno rilevato che, nella Capitale, il 21% della popolazione è stata vittima di stalking almeno una volta.
La categoria vittimologia più a rischio risulta essere quella che comprende quanti lavorano nell’assistenza socio-sanitaria come medici, psicologi, infermieri, ecc.
Le modalità di difesa che devono essere adottate variano a seconda delle circostanze e delle diverse tipologie di persecutori.
Si possono tuttavia dare dei suggerimenti in linea generale:
1 – tenere presente che prendere consapevolezza del problema è già un primo passo per risolverlo;
2 – ricordare che di fronte ad una relazione indesiderata è necessario dire di no in modo chiaro e fermo;
3 – la strategia migliore è l’indifferenza;
4 – cercare di essere prudenti quando si esce di casa;
5 – in caso di molestie telefoniche tentare di ottenere una seconda linea;
6 – tenere un diario dove riportare gli eventi più importanti;
7 – raccogliere più dati possibili sui fastidi subiti, ad es. conservare lettere o e-mail;
8 – tenere sempre a portata di mano un cellulare;
9 – in qualsiasi sensazione di pericolo chiedere aiuto al pronto intervento.
Si ricorda che dal 23/2/2009, con un decreto legge, lo stalking è diventato reato ed è stato inserito nel Codice Penale. E’ punito con una reclusione che va da sei mesi a quattro anni
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Laura, 23cdicembre 2009
L’immagine della famiglia come luogo di sicurezza e di cura ha contribuito al permanere di molti stereotipi sul fenomeno della violenza alle donne.
Essi rendono ancora più faticoso e difficile per chi la subisce parlarne e chiedere aiuto.
Subire violenza è un’esperienza traumatica che produce effetti diversi a seconda delle persone che ne sono vittima.
Ciascuna donna reagisce in modo diverso; passività, debolezza e incapacità di prendere decisioni sono tra gli effetti più frequenti della violenza abbinati, a volte, all’assunzione di alcool o droghe.
La violenza domestica può annientare il senso di sicurezza di una donna, per lei non c’è più la possibilità di sentirsi bene e di controllare la situazione.
Questi sentimenti vengono rafforzati dall’atteggiamento del partner violento che continua a ripeterle che se lei fosse una madre, una cuoca e un’amante migliore lui non la picchierebbe.
Come conseguenza di tutto ciò la sua autostima si abbassa, si sente piena di dubbi e, soprattutto, colpevole; ha paura che nessuno le creda, non sa che cosa fare e dove andare.
Le conseguenze della violenza domestica possono essere molto gravi.
In generale, le donne che subiscono questo tipo di violenza hanno condizioni di salute fisica e mentale pessime, richiedono trattamenti di carattere sanitario e sono soggette a rischio di suicidio.
CONSEGUENZE DI CARATTERE FISICO: ferite di vario genere come bruciature, tagli, occhi neri, commozione cerebrale e fratture;
CONSEGUENZE DI CARATTERE RELAZIONALE E MATERIALE: isolamento sociale e familiare, perdita di relazioni, assenze dal lavoro con conseguente perdita dello stesso;
CONSEGUENZE DI CARATTERE PSICOLOGICO: paura, ansia per la propria situazione e per quella dei propri figli, sentimenti di vulnerabilità, perdita e tradimento.
Il risultato di tutto ciò è un clima costante di tensione, paura e minaccia in cui l’esercizio della violenza fisica, anche se avviene in modo sporadico, può tuttavia risultare estremamente efficace.
Le Case ed i Centri Antiviolenza hanno elaborato un modello che descrive efficacemente queste realtà di cui parlano le donne che ad essi si rivolgono in cerca di aiuto.
Si tratta del modello “Ruota del potere e del controllo”, elaborato per la prima volta negli USA da un gruppo di donne maltrattate.
Questo, in sintesi, è lo schema tratto da “Domestic abuse intervention project” presentato a Duluth, Minnesota.
Dal Potere e dal Controllo dell’uomo sulla donna situato al centro della ruota partono i seguenti raggi:
1 – Uso di minaccia e coercizione (minacciare di fare qualcosa che la ferisce, costringerla a comportamenti illegali);
2 – Intimidazione (farle paura con sguardi, azioni e gesti);
3 – Violenza economica (impedirle di ottenere o di mantenere un lavoro);
4-Violenza psicologica (insultarla e umiliarla);
5-Usare privilegi maschili (trattarla come una domestica);
6-Usare i figli come arma di ricatto;
7-Minimizzare e ridicolizzare gli episodi di violenza;
8-Isolamento (controllare quello che fa, con chi esce e con chi parla).
Il percorso di ricerca di aiuto di una donna che subisce violenza può essere lungo e difficile.
Il fatto stesso di ammettere che c’è un problema e che non si riesce a risolverlo produce sofferenza.
A questo punto ci si chiede: Perché una donna che viene violentata dal proprio uomo non lo lascia?
Ecco le risposte.
SITUAZIONE DI PERICOLO: quando una donna decide di lasciare il partner violento la situazione tende a diventare più pericolosa;
SALVARE L’AMORE E LA FAMIGLIA: la donna può decidere di mettere in atto una serie di strategie per tentare di salvare la relazione;
MANCANZA DI SOSTEGNO ESTERNO: la famiglia di origine non offre aiuto;
VERIFICA DELLE RISORSE ESTERNE E DEI CAMBIAMENTI: c’è la possibilità che il partner possa cambiare, la donna vuole verificare la reazione dei figli alla mancanza del padre;
AUTOBIASIMO: la donna può ritenersi responsabile della violenza subita.
Se una donna viene sostenuta nel suo percorso (dai familiari, dagli amici e dai Centri preposti) e aiutata anche da una consulenza legale, è più facile che intraprenda la via di un percorso generalmente lungo, faticoso e dispendioso sia in termini economici che umani.
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Laura, 23gennaio 2010
Parafilie (note come
perversioni o deviazioni sessuali)
Le parafilie sono classificate tra i disturbi del comportamento sessuale. Sono
sinteticamente schematizzabili come:
Esibizionismo. Esposizione dei propri genitali ad un estraneo che non se l’aspetta.
Feticismo. Uso di oggetti inanimati che non siano limitati a strumenti,
come il vibratore, progettati per la stimolazione tattile dei genitali.
Frotteurismo. Toccare e strofinarsi contro una persona non consenziente.
Pedofilia. Attività sessuale con uno o più bambini prepuberi
(generalmente di 13 anni o più piccoli). Il soggetto “pedofilo” deve avere
almeno 16 anni ed essere di almeno 5 anni maggiore del bambino o dei bambini con
cui ha attività sessuali. Non viene incluso il soggetto tardo-adolescente
coinvolto in una relazione sessuale perdurante con un soggetto di 12-13 anni.
Masochismo Sessuale. Atto (reale, non simulato) di essere umiliati,
picchiati, legati o fatti soffrire in qualche altro modo.
Sadismo Sessuale. Azioni (reali, non simulate) in cui la sofferenza
psicologica o fisica (inclusa l’umiliazione) della vittima è sessualmente
eccitante per il soggetto.
Feticismo da Travestitismo. Il travestimento di un maschio eterosessuale.
Voyeurismo. Atto di osservare un soggetto che non se lo aspetta mentre è
nudo, si spoglia, o è impegnato in attività sessuali.
Parafilia Non Altrimenti Specificata (NAS). Questa categoria diagnostica
viene inclusa per codificare quelle parafilie che non soddisfano i criteri per
nessuna delle precedenti. Gli esempi includono, ma non si limitano a:
Scatologia telefonica.
Telefonate oscene
Necrofilia. Attrazione sessuale per i cadaveri
Parzialismo. Attenzione esclusiva per una parte del corpo.
Zoofilia. Attrazione sessuale per gli animali.
Coprofilia. Uso delle feci per l’eccitazione sessuale.
Urofilia. Uso delle urine per l’eccitazione sessuale.
Clismafilia. Uso dei Clisteri per l’eccitazione sessuale.
Va ricordato che ogni parafilia deve durare per almeno sei mesi ed essere presenti fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente che comportino le azioni di cui sopra. Ogni “condotta sessuale” per essere definita parafiliaca ha necessità di causare disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento.
Comprensione e Trattamento Psicologico delle Perversioni Sessuali*****************************************************************************************************************************************
9 ANALISI DELLA SCENA DEL CRIMINE
LA SCENA DEL CRIMINE: LA SUA ANALISI, IL CRIMINAL PROFILING, ACCENNI AD ALCUNE INDAGINI DI LABORATORIO leggi tutto
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10 IL BULLISMO
"Uno
studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato,
quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive
messe in atto da parte di uno o di più compagni." OLWEUS
(Leggi tutto)
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11 LA SINDROME
DI STOCCOLMA. L’alleanza fra vittima e carnefice
Laura, 13 febbraio
2010
La
Sindrome di Stoccolma più che un vero e proprio disturbo rappresenta un
particolare stato psicologico che può interessare le vittime di un sequestro o
di un abuso ripetuto che, in maniera apparentemente paradossale, cominciano a
nutrire sentimenti positivi verso il proprio aguzzino che possono andare dalla
solidarietà all’innamoramento.
L’espressione fu usata per la prima volta da Conrad Hassel, agente speciale
dell’FBI in seguito ad un episodio avvenuto in Svezia nell’agosto del 1973: due
rapinatori tennero infatti in ostaggio per sei giorni quattro impiegati di una
banca di Stoccolma i quali, con grande sorpresa degli inquirenti, una volta
rilasciati espressero sentimenti di solidarietà verso i propri sequestratori
arrivando a testimoniare in loro favore.
Una delle
donne rapite poi instaurò un vero e proprio legame sentimentale con uno dei due
criminali.
La
Sindrome, che investe allo stesso modo vittima e carnefice, insorge solo in caso
di vessazioni prolungate e la probabilità di svilupparla aumenta
proporzionalmente al grado di dipendenza del sequestrato dal sequestratore: è
più facile così che insorga in quelle circostanze nelle quali la vittima
percepisce che la propria sopravvivenza è legata al proprio aguzzino, mentre di
contro questa potrebbe percepire come ben più pericoloso per la propria
incolumità un intervento della polizia.
Non a caso
gli ostaggi svedesi del 1973 dichiararono di aver temuto più la polizia dei
rapitori.
La
Sindrome, per la quale si sono tentate molte differenti spiegazioni, potrebbe
rappresentare un tentativo inconscio di neutralizzare il criminale avvicinandosi
a questo per evitare di essere uccisi oppure una difesa, anch’essa inconscia,
messa in atto per sopportare il trauma del sequestro o della violenza.
In ogni
caso sembra essere una strategia efficace che ha permesso a molte vittime di
sequestri di uscirne incolumi.
Alcuni
rapitori hanno dichiarato infatti che è molto più difficile agire in maniera
violenta quando gli ostaggi collaborano.
La
Sindrome di Stoccolma è nuovamente balzata agli onori delle cronache nel 2006
quando fu ritrovata l’austriaca Natascha Kampusch, scomparsa nel 1988 a soli
otto anni.
Natascha
dichiarò agli inquirenti di aver avuto più volte la possibilità di scappare
dalla casa in cui era tenuta segregata, ma di non averlo fatto per scelta.
Ricordiamo
infatti che la ragazza dichiarò di essersi allontanata volontariamente in
seguito a un litigio con l’uomo che, dopo il fatto, si tolse la vita.
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12 ABUSI E MALTRATTAMENTI NELL'INFANZIA
Prima di affrontare il problema dell’abuso e del maltrattamento è opportuna una premessa su cosa vuol dire fare e come è stata fatta la storia dell’infanzia. La storia dell’infanzia è forse la più problematica rispetto a ogni altro oggetto delle scienze sociali perché sono poche le notizie che il passato ci offre in merito. (Leggi tutto)
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Laura, 5 marzo 2010
Il traffico di organi è il commercio illecito di organi umani utilizzati per il trapianto o per la realizzazione di riti magici. A livello internazionale il traffico di organi è menzionato nel Protocollo di Palermo che definisce il traffico di esseri umani. Nonostante diverse informazioni apparse su più organi di stampa, non vi sono dati certi su questa pratica a livello globale, mentre è stato documentato il traffico illegale per trapianto in alcuni singoli paesi come l’India, il Nepal e il Pakistan, o per riti magici in Africa. Il gruppo del Falun Gong denuncia l’uso della pratica anche in Cina, dove secondo alcune testimonianze, come quella del trapiantologo Carl Groth, sarebbe ancora in uso la pratica di espiantare gli organi ai condannati a morte subito dopo l’esecuzione. Gli organi che vengono più frequentemente espiantati nel mercato del traffico illecito sono il rene, il pancreas, il fegato e la cornea. La donazione di organi in Italia è lecita solo come atto gratuito, soggetto ad una legislazione precisa che regolamenta gli atti di disposizione del proprio corpo e non permette la vendita né l’acquisto. Il Presidente della Commissione Salute del Senato ha recentemente proposto di condannare a lunghe pene detentive chi si fa illegalmente impiantare un organo all’estero. Parlando di traffico d’organi, si fa riferimento ad almeno due ipotesi di casistiche: una persona permette l’espianto dei propri organi dietro il pagamento di denaro, oppure una persona è uccisa per prelevarne organi e tessuti. In questo contesto si ipotizza un legame fra il traffico di organi e la scomparsa improvvisa di minori e clandestini, che si sospettano essere rapiti e uccisi per utilizzarne gli organi. TORNA SU
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14 MOBBING
Il mobbing è, nell'accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.
Più in generale, il termine indica i comportamenti violenti che un gruppo (sociale, familiare, animale) rivolge ad un suo membro.
Il termine mobbing è stato coniato agli inizi degli anni settanta dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento di alcune specie animali che circondano in gruppo un proprio simile e lo assalgono rumorosamente per allontanarlo dal branco. In etologia, particolarmente in ornitologia, mobbing indica anche il comportamento di gruppi di uccelli di piccola taglia nell'atto di respingere un rapace loro predatore.
Mobbing è un gerundio sostantivato inglese derivato da "mob" cioè "una folla grande e disordinata", soprattutto "dedita al vandalismo e alle sommosse". Da qui il significato assunse presso le classi sociali più elevate una connotazione spregiativa, per cui "mob" era, anche in assenza di azioni violente, equivalente pressappoco all'italiano "plebaglia".
Questa pratica è spesso condotta con il fine di indurre la vittima ad abbandonare da sé il lavoro, senza quindi ricorrere al licenziamento (che potrebbe causare imbarazzo all'azienda) o per ritorsione a seguito di comportamenti non condivisi (ad esempio, denuncia ai superiori o all'esterno di irregolarità sul posto di lavoro), o per il rifiuto della vittima di sottostare a proposte o richieste immorali (sessuali, di eseguire operazioni contrarie a divieti deontologici o etici, etc.) o illegali.
Per poter parlare di mobbing, l'attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.
Va peraltro sottolineato che l'attività mobbizzante può anche non essere di per sé illecita o illegittima o immediatamente lesiva, dovendosi invece considerare la sommatoria dei singoli episodi che nel loro insieme tendono a produrre il danno nel tempo. In effetti, l'ingiustizia del danno, vale a dire dell'evento lesivo non previsto né giustificato da alcuna norma dell’Ordinamento giuridico, deve essere sempre ricercata valutando unitariamente e complessivamente i diversi atti, intesi nel senso di comportamenti e/o provvedimenti.
Si distingue, nella prassi, fra mobbing gerarchico e mobbing ambientale; nel primo caso gli abusi sono commessi da superiori gerarchici della vittima, nel secondo caso sono i colleghi della vittima ad isolarla, a privarla apertamente della ordinaria collaborazione, dell'usuale dialogo e del rispetto.
Si parla di mobbing verticale, o quando l'attività è condotta da un superiore al fine di costringere alle dimissioni un dipendente in particolare, ad es. perché antipatico, poco competente o poco produttivo; in questo caso, le attività di mobbing possono estendersi anche ai colleghi che preferiscono assecondare il superiore, o quantomeno non prendere le difese della vittima, per non inimicarsi il capo, nella speranza di fare carriera, o semplicemente per "quieto vivere". Si definisce invece mobbing orizzontale quello praticato da parte dei colleghi verso un lavoratore non integrato nell'organizzazione lavorativa per motivi d'incompatibilità ambientale o caratteriale, ad es. per i diversi interessi sportivi, per motivi etnici o religiosi oppure perché diversamente abile; generalmente la causa scatenante del mobbing orizzontale non sono tanto le incompatibilità all'interno dell'ambiente di lavoro quanto una reazione da parte di una maggioranza del gruppo allo stress dell'ambiente e delle attività lavorative: la vittima viene dunque utilizzata come "capro espiatorio" su cui far ricadere la colpa della disorganizzazione, delle inefficienze e dei fallimenti. Il mobbing strategico si ha quando l'attività vessatoria e dequalificante tende ad espellere il lavoratore, per far posto ad un altro lavoratore (di solito in posizioni di dirigenza).
In ogni caso, il mobbing è riferibile ad un complesso, sistematico e duraturo comportamento del datore di lavoro, che deve essere esaminato in tutti i suoi aspetti e nelle loro conseguenze.
Il primo a parlare di mobbing quale condizione di persecuzione psicologica nell'ambiente di lavoro è stato alla fine degli anni ottanta lo psicologo svedese Heinz Leymann che lo definiva come una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo, progressivamente spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa.
La pratica del mobbing consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Ad esempio: sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali (fare fotocopie, ricevere telefonate, compiti insignificanti, dequalificanti o con scarsa autonomia decisionale) così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro; rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità; dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati; interrompere il flusso di informazioni necessario per l'attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull'accesso a Internet); continue visite fiscali in caso malattia (e spesso al ritorno al lavoro, la vittima trova la scrivania sgombra). Insomma, un sistematico processo di "cancellazione" del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa. Altri elementi che fanno configurare il mobbing, possono essere "doppi sensi" o sottigliezze verbali quando si è in presenza del collega oggetto di mobbing, cambio di tono nel parlare quando un superiore si rivolge al collega vittima, dare pratiche da eseguire in fretta l'ultimo giorno utile. Un esempio puo' essere il seguente: un collega, in presenza di altri colleghi, li invita ad una cena chiedendo ad ognuno di loro "allora te l'ha detto Caio che stasera vieni con noi a cena?", mentre al collega mobbizzato dice invece "tu non vieni?". Molte volte succede che l'"ordine" di aggressione al collega mobbizzato venga dall'alto e sia finalizzato alle dimissioni di qualcuno. In questo caso i colleghi che effettuano il mobbing eseguono servilmente le disposizioni del superiore anche se il collega mobbizzato non ha fatto niente di male a loro. Tutte queste situazioni ed in genere gli attacchi verbali non sono facilmente traducibili in "prove certe" da utilizzare in un eventuale processo per cui è anche difficile dimostrare la situazione di aggressione.
Le possibili azioni traumatiche possono riguardare la marginalizzazione dalla attività lavorativa, lo svuotamento delle mansioni, la mancata assegnazione dei compiti lavorativi o degli strumenti di lavoro, i ripetuti trasferimenti ingiustificati, la prolungata attribuzione di compiti dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto o di compiti esorbitanti o eccessivi anche in relazione a eventuali condizioni di handicap psico-fisici, l'impedimento sistematico e strutturale all’accesso a notizie, la inadeguatezza strutturale e sistematica delle informazioni inerenti l’ordinaria attività di lavoro, l'esclusione reiterata da iniziative formative, il controllo esasperato ed eccessivo.
È quindi chiaro che il mobbing non è una malattia ma rappresenta il termine per indicare la complessiva attività ostile posta in essere solitamente da un datore di lavoro (pubblico o privato, da solo o in combutta) per demansionare il lavoratore, isolarlo e obbligarlo al trasferimento o alle dimissioni.
Le azioni rientranti nella categoria della costrittività organizzativa coinvolgono direttamente e in modo esplicito l’organizzazione del lavoro e la posizione lavorativa e possono assumere diverso rilievo ai fini del riconoscimento della natura professionale del danno conseguente. La giurisprudenza dispone più frequentemente e facilmente il risarcimento del danno biologico, ma non del danno morale; il mobbing deve aver procurato uno delle malattie documentate in letteratura medica per avere diritto a un'indennità dall'azienda.
In Italia, le tutele al licenziamento o trasferimento in altre sedi dei lavoratori sono maggiori che in altri Paesi ed è abbastanza diffusa la pratica di ricorso al mobbing per indurre nel lavoratore le dimissioni laddove il licenziamento è possibile solo per giusta causa.
Questa pratica è condotta all'interno delle dinamiche relazionali coniugali e familiari ed è finalizzata alla delegittimazione di uno dei coniugi e alla estromissione di questo dai processi decisionali riguardanti la famiglia in genere e nello specifico i figli.
Il mobbing familiare più frequente è quello che coinvolge le famiglie separate e viene messo in pratica da parte del genitore affidatario nei confronti di quello non affidatario al fine di spezzare il legame genitoriale nei confronti dei figli.
In alcuni casi, il mobbing familiare si presenta attraverso una serie di strategie "persecutorie" preordinate da parte di uno dei coniugi nei confronti dell'altro coniuge, allo scopo di costringere quest'ultimo a lasciare la casa coniugale o ad acconsentire, ad esempio, a una separazione consensuale, pur di chiudere rapporti coniugali fortemente conflittuali.
Dal mobbing familiare si distingue, secondo un autore, il "mobbing genitoriale", termine che sarebbe da riservarsi alle contese in corso di separazione coniugale in cui vi siano comportamenti finalizzati ad escludere l'altro genitore dall'esercizio della propria genitorialità. Il c.d. "mobbing genitoriale" sarebbe riconducibile a tre casi (spesso erroneamente citati come casi di mobbing familiare):
| emarginazione dai processi decisionali tipici dei genitori, | |
| minacce, | |
| denigrazione e delegittimazione familiare e sociale. |
Il mobbing a scuola è forma di “vessazione di branco” che spesso si confonde con il bullismo ovvero con una sorta di bullismo di gruppo organizzato ai danni di un compagno di classe. Esiste anche in ambiente scolastico, benché più denunciato sui media che studiato e analizzato, una forma particolare di mobbing “dall’alto”, ossia praticato da un insegnante a danno di uno o più allievi, attraverso: espressioni sistematicamente denigratorie e/o provvedimenti disciplinari persecutori, valutazioni o giudizi ingiustificatamente negativi. Fenomeno in aumento, anche se poco conosciuto e ancor meno studiato, il mobbing di studenti più o meno organizzati nei confronti di insegnanti ritenuti deboli e non in grado di mantenere la disciplina in classe, mobbing che tende a voler nascondere le proprie mancate responsabilità nei confronti dello studio, della disciplina e del rispetto delle regole.
Il mobbing non è una malattia ma può esserne la causa. La patologia psichiatrica più frequentemente associata è il disturbo dell'adattamento; esso si compone di una variegata sintomatologia ansioso-depressiva reattiva all'evento stressogeno. Fra le conseguenze rientrano la perdita d'autostima, depressione, insonnia, isolamento. Il mobbing è causa di cefalea, annebbiamenti della vista, tremore, tachicardia, sudorazione fredda, gastrite, dermatosi. Le conseguenze maggiori sono disturbi della socialità, quindi, nevrosi, depressione, isolamento sociale e, suicidio in un numero non trascurabile di casi.
In Italia il numero di vittime del mobbing è stimato intorno a 1 milione e 200 mila, che salgono a 5 milioni se si considerano anche le famiglie.
Negli ultimi dieci anni i casi di mobbing denunciati hanno avuto un incremento esponenziale. Il mobbing ha un forte costo sociale stimato il 190% superiore al salario annuo lordo di un dipendente non mobbizzato.
La più frequente azione da mobbing consiste nel dequalificare il lavoratore per demotivarlo, farlo ammalare e costringerlo alle dimissioni, considerando che, sul piano giuridico, il demansionamento è vietato perché costituisce sempre lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità del lavoratore nel luogo di lavoro.
Presso il Parlamento italiano sono depositati diversi disegni di legge sul tema; manca invece un orientamento comunitario in tema di mobbing. TORNA SU
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Chi è Michele Sindona?
Originario di Patti (ME) diventa nel corso degli anni 60 uno dei più aggressivi banchieri del mondo.
Secondo Giulio Andreotti addirittura il “salvatore della Lira”.
La sua abilità fu quella di legare in un nodo inestricabile di affari quattro pilastri della società italiana: Potere Politico (democristiano), Vaticano, Massoneria e Mafia.
L’impero di Sindona (arriverà a controllare un numero incalcolabile di banche) comincia a scricchiolare nel 1974, con il fallimento della Franklin Bank e l’accusa di bancarotta mossagli dal governo americano.
Accusato di essere il mandante dell’omicidio Ambrosoli (il liquidatore di uno dei suoi istituti), per evitare l’arresto delle autorità d’oltreoceano, nel 1979 fugge in Sicilia dove resterà per circa due mesi.
Ricompare successivamente negli Stati Uniti inscenando un finto sequestro e con una ferita ad una gamba.
Condannato e poi estradato in Italia, morirà nel supercarcere di Voghera, sorseggiando caffè al cianuro.
Suicidio oppure omicidio?
Ma chi è stato veramente Michele Sindona?
In Sicilia, quella lontana estate del 1979, cerca alleanze e protezioni oppure è solo un prigioniero in ostaggio?
Come mai indagando proprio su Sindona la magistratura arriverà a scoprire la loggia P2 di Licio Gelli?
I segreti della mafia moderna, i misteri dei politici degli anni 80, gli enigmi delle stragi mafiose degli anni 90 nascono proprio da qui.
Il ritorno di Michele Sindona in Sicilia è sicuramente una delle pagine più oscure dell’Italia dei misteri e sulla quale poco o nulla è stato fatto per gettarvi un po’ di luce.
E’ l’anno di svolta per Cosa Nostra, l’anno in cui nasce e si ramifica una nuova forma di mafia la stessa che, con ogni probabilità, ancora impera ai giorni nostri.
LA MORTE DI MICHELE SINDONA
Il 20 marzo 1986 è una giornata come le altre nel carcere speciale di Voghera.
Il finanziere Michele Sindona si è appena svegliato.
E’ sdraiato ancora sul letto della cella.
Gli agenti di custodia aprono il portellone, entrano e consegnano la colazione al banchiere siciliano. Il caffè è servito dentro una tazzina. Sindona si siede, apre il contenitore in acciaio e beve tutto d’un fiato. Sono le 8,30.
Un istante e Michele Sindona cade a terra gridando “Mi hanno avvelenato…..mi hanno avvelenato!”.
Gli agenti di custodia corrono nella cella e trovano Sindona riverso sulla sua branda.
Morirà il 22 marzo 1986 dopo 56 ore di agonia.
Nella tazzina di carta che contiene il caffè i periti troveranno tracce di cianuro, un veleno dalle caratteristiche asfissianti perché blocca l’afflusso di ossigeno al cervello.
Ma come è potuto giungere il veleno fin dentro la cella di Sindona?
Nella cella del supercarcere di Voghera, Sindona vive in assoluto isolamento, guardato a vista, giorno e notte, da 15 guardie.
Nessuna di loro sa qual è la propria missione, come previsto dal rigido regolamento del penitenziario.
La consegna dei pasti, colazione compresa, avviene seguendo un rituale complesso.
Solo poche persone, tutte identificabili, possono maneggiare le vivande che giungono in contenitori di acciaio chiusi da un lucchetto.
Michele Sindona fu condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli solo due giorni prima di bere la tazzina di caffè avvelenato.
Il 23 luglio 1987 la magistratura di Pavia archivierà la morte di Sindona con questa motivazione: il banchiere, uccidendosi, ha attuato una sorta di messinscena, quasi una vendetta postuma contro coloro che, dopo averne avuto ampi favori, lo avevano abbandonato al suo destino giudiziario.
Suicidio oppure omicidio?
Il mistero non è ancora stato risolto. TORNA SU
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16 - ULTRA' E VIOLENZA NEGLI STADI
Con il termine ultras (o più correttamente ultrà) si definisce il tifoso organizzato ..... Continua*******************************************************************************************************************************************************************
17 - LA MORTE DI ROBERTO CALVIIl 18 giugno 1982 a Londra, sotto il Blackfriars Bridge, viene trovato impiccato il banchiere italiano Roberto Calvi.
E’ l’epilogo di una travagliata avventura finanziaria, cominciata laddove era finita quella di un altro banchiere, Michele Sindona.
Ad accomunare i due, oltre all’iscrizione alla Loggia P2, erano le loro capacità professionali nel sistema dei mille incroci societari, la politica delle “scatole vuote” acquistate e poi rivendute.
Nel 1975 Roberto Calvi diventa presidente del Banco Ambrosiano.
Per impadronirsene completamente crea una rete di strutture ad hoc, formate da filiali alle Bahamas, holding in Lussemburgo, società pirata in centro-America e casseforti in Svizzera.
Nel corso degli anni Calvi crea così un impero, giovandosi soprattutto dei suoi legami piduisti e delle entrature di Somoza, un trafficante sudamericano, fino al finanziamento del sindacato cattolico polacco Solidarnosc, tanto caro a Giovanni Paolo II.
Ma il gioco delle scatole vuote di Roberto Calvi non dura a lungo.
Nel 1981, travolto dal fallimento del Banco Ambrosiano, Calvi viene arrestato.
Appena scarcerato fugge all’estero nel tentativo di salvare un impero in disfacimento.
Al suo rientro in Italia stringe contatti con il Vaticano attraverso lo IOR di Monsignor Paul Marcinkus, che si sviluppa a dismisura e diventa punto nodale non solo del riciclaggio di soldi sporchi della criminalità organizzata, ma anche per operazioni internazionali di vario spettro come il traffico d’armi per la guerra delle Falkland-Malvine.
Tentò anche il ricatto politico, una operazione che però non gli riuscì.
Qualcuno gli legherà un cappio attorno al collo.
Il suo corpo verrà trovato penzolante dal traliccio di un ponte, macabra messinscena di un suicidio che in realtà è solo un altro delitto di potere. TORNA SU
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18 - IL CASO MATTEI
Enrico Mattei nacque nelle Marche nel 1906.
Non concluse gli studi ma, prima della Seconda Guerra Mondiale, fondò una azienda specializzata nella produzione di oli per l’industria.
Durante la guerra diventò partigiano e quando la guerra finì divenne commissario straordinario dell’Agip, un ente petrolifero creato dal fascismo: un’industria di stato completamente inutile.
Enrico Mattei aveva il compito di liquidare questa industria.
Nel 1949 però Mattei, nella zona di Cortemaggiore, trovò un giacimento di gas metano con piccole tracce di petrolio.
Qui cominciò la sua straordinaria carriera. Mattei raccontò alla stampa che a Cortemaggiore c’era il petrolio: le azioni dell’Agip in borsa andarono alle stelle, lui diventò presidente dell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) e il gas arrivò in tutte le case italiane.
Mattei capì che il futuro dell’Italia era nella sua autonomia di produrre energia.
Decise perciò di entrare in competizione con le “Sette Sorelle” ossia quelle grandi imprese petrolifere che avevano il monopolio mondiale del petrolio.
Cominciò allora ad avere contatti diretti con i paesi produttori di petrolio: trattò con la Libia per poter sfruttare il petrolio nel Sahara; finanziò i movimenti di liberazione dell’Algeria che combattevano contro la Francia e firmò contratti con la Tunisia e il Marocco.
Propose a Iran ed Egitto accordi molto vantaggiosi che permisero a questi paesi di avere un profitto altissimo sullo sfruttamento del loro petrolio.
Viaggiava continuamente, cercava e trovava all’estero il petrolio che non c’era in Italia.
Naturalmente i paesi produttori vedevano in Mattei un amico e preferivano trattare con lui invece che con altre compagnie.
All’inizio degli anni 60 Mattei fece accordi con la Russia e cominciò ad avere contatti anche con la Cina.
Per portare avanti il suo progetto finanziò (e corruppe!) i partiti politici italiani che potevano aiutarlo in quanto disponeva di moltissimo denaro.
Il 27 ottobre 1962, mentre tornava a Milano da un viaggio in Sicilia, il suo aereo privato cadde ed Enrico Mattei morì.
L’inchiesta della polizia concluse che era stato un incidente.
Ma fu davvero un incidente?
Mattei fu l’unica persona al mondo che osò sfidare le potentissime Sette Sorelle del petrolio per cui è molto probabile (se non certo) che è stato assassinato!
Il suo caso fu insabbiato e i testimoni messi a tacere.
Mattei era un uomo che dava molto fastidio.
La sua strategia era volta a spezzare il monopolio delle potenze petrolifere non soltanto per il tornaconto dell’ENI ma anche per stabilire rapporti nuovi tra i paesi industrializzati e i fornitori di materie prime.
Una strategia semplicemente inaccettabile per le grandi compagnie petrolifere che si spartivano le ricchezze del mondo.
Dall’inchiesta della Procura di Pavia, riaperta a metà degli anni ’90, risultò inoltre evidente che l’insabbiamento di quel crimine fu diretto dai vertici dei servizi.
Per il sostituto procuratore che era a capo delle indagini il fondatore dell’ENI fu “inequivocabilmente” vittima di un attentato.
L’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ENI.
L’esplosione che abbattè il bimotore su cui viaggiavano Mattei, il pilota e un giornalista americano, fu causata da una bomba collocata nel carrello d’atterraggio del velivolo.
Anche l’inchiesta del 1962 conclusasi con la dichiarazione di impossibilità di “accertare la causa del disastro”, fu in realtà un mostruoso insabbiamento.
Chi ha sabotato l’aereo? Chi sono i mandanti?
E’ probabile che vi siano responsabilità di uomini inseriti nell’ENI e negli organi di sicurezza dello Stato.
Attraverso una ricostruzione minuziosa del caso fu stabilito che Mattei era riuscito ad aprire un dialogo anche con la Casa Bianca ed era riuscito a far capire all’amministrazione Kennedy che tutto ciò che lui desiderava era essere trattato alla pari delle altre compagnie.
Kennedy accettò il dialogo e fece pressioni su una compagnia petrolifera, la Exxon, per concedere all’ENI i diritti di sfruttamento.
L’accordo sarebbe stato celebrato con la visita di Mattei a Washington, dove avrebbe incontrato il presidente americano.
Alla vigilia di quel viaggio Mattei fu assassinato e, un anno dopo, fu ucciso anche Kennedy.
Non è una esagerazione asserire che il successo della politica “matteista” rappresentava la distruzione del sistema libero petrolifero in tutto il mondo e quindi, in un modo o in un altro, Mattei andava eliminato.
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Per analizzare questo delicato argomento ho scelto, e credo di aver fatto la cosa giusta, un articolo scritto da Giovanni Falcone e pubblicato dal quotidiano “L’Unità” il 31 maggio 1992 e cioè otto giorni dopo la strage di Capaci. Leggi tutto
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La ‘ndrangheta ebbe origine in Calabria ed esiste almeno sin dall’unificazione dell’Italia.
Oggi gli affiliati sarebbero circa 6.000 ossia un mafioso ogni 345 abitanti.
La parola ‘ndrangheta viene dal greco andragatos “uomo coraggioso”.
“Onorata società” è la definizione più comune a livello popolare, anche se poco usata negli atti giudiziari, ed è quella che meglio indica il nucleo culturale attorno al quale è costruita la struttura dei gruppi mafiosi calabresi.
I mafiosi devono essere innanzitutto uomini d’onore, in grado cioè di tutelare l’onore della donna e di vendicare un’offesa ricevuta.
L’onore del mafioso e della famiglia ruota intorno alla figura della donna: a quest’ultima è impedita l’affiliazione ma è assegnato un ruolo di primo piano nel retroscena delle famiglie mafiose e nella socializzazione e trasmissione di regole e valori tipici del comportamento mafioso.
Dall’Unità fino al periodo fascista la “preistoria” della ‘ndrangheta non è dissimile da quella della mafia siciliana: le attività furono essenzialmente quelle di proteggere gli interessi dei grandi proprietari terrieri e di sfruttare al massimo le condizioni di subalternità dei contadini.
Già ai primi del novecento la ‘ndrangheta si presentò come un’associazione organizzata gerarchicamente, fortemente radicata nel territorio e con dei riti di iniziazione.
A partire dagli anni 1922-23 la repressione fascista colpì anche la ‘ndrangheta con l’arresto di centinaia di adepti in tutta la regione.
La repressione venne chiamata la “chiusura delle vallate” in quanto il metodo più spesso utilizzato dai carabinieri fu di circondare e chiudere le vallate impedendo ogni via d’uscita.
La trasformazione della ‘ndrangheta in organizzazione criminale potente e moderna si verificò grazie all’opportunità, per alcune cosche calabresi, di espandere la sfera degli interessi territoriali ed economici nel settore pubblico con la realizzazione di alcune grandi opere pubbliche a partire dagli anni ’50:
- Il raddoppio del binario ferroviario della tratta Sapri/Reggio Calabria;
- La costruzione del quinto centro siderurgico e della centrale elettrica nella piana di Gioia Tauro;
- I progetti per lo sviluppo della base NATO di Crotone.
Per realizzare questa trasformazione ci volle però una precisa coincidenza di circostanze: una notevole liquidità di capitali, la forza dell’intimidazione ed il patrocinio politico.
La saldatura tra ‘ndrangheta e potere amministrativo, necessaria perché le cosche potessero partecipare alle gare per gli appalti pubblici, si verificò attraverso tre tipi di relazione:
1 – rapporto di scambio voti-favori;
2 – rapporti economici tra uomini politici dei partiti di governo e ‘ndrangheta;
3 – ingresso di uomini legati alla ‘ndrangheta nella competizione politica e nelle liste elettorali.
La ‘ndrangheta non solo riuscì a partecipare ai grandi progetti di ristrutturazione attraverso imprese locali, ma riuscì anche ad imporsi sul settore delle grandi imprese nazionali pubbliche e private.
Per appropriarsi delle attività economiche, si aprì una guerra feroce tra i clan Inerti-Condello e De Stefano-Libri Tegano che portò, nella seconda metà degli anni ’80, ad un tasso di omicidi più che doppio rispetto alla media nazionale.
Nella sola provincia di Reggio Calabria, tra il 1985 ed il 1989, si verificarono circa 400 omicidi e le probabili cause furono gli appalti pubblici attorno a Villa San Giovanni in vista della costruzione del ponte sullo stretto di Messina e la lotta per il dominio del mercato della droga.
Come abbiamo già accennato, le cosche calabresi hanno avuto rapporti con esponenti di diverse forze politiche.
Nell’immediato dopoguerra, grazie ai contatti avuti nelle carceri, con detenuti comunisti e socialisti; ma già negli anni ’50 con la DC e, più recentemente, con il Psi.
Gli organi inquirenti hanno anche rilevato legami, emersi già agli inizi degli anni ’70, con la destra eversiva vicina al Msi.
La massoneria occulta ha inoltre costituito il luogo di incontro e di congiunzione tra ‘ndrangheta ed esponenti del sistema burocratico-istituzionale.
Per rendere più fruttuosi questi rapporti i capi delle principali cosche sono entrati a far parte direttamente della massoneria.
La struttura reticolare della ‘ndrangheta ne favorisce la diffusione ed il radicamento in aree non tradizionali.
Infatti la ‘ndrangheta è l’organizzazione mafiosa più presente nel Nord Italia (soprattutto Piemonte e Lombardia) nonché all’estero (Canada, Stati Uniti, Australia, Francia, Germania e alcuni paesi dell’Europa dell’Est). TORNA SU
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La parola Camorra compare per la prima volta nel 1735 nel significato di “gioco” o meglio, “tassa a favore di coloro che proteggono impedendo risse e violenze”.
Come organizzazione nacque agli inizi dell’800 a Napoli ed entrò a pieno titolo nella storia quando, nel 1860, gli uomini della Camorra furono invitati dal prefetto di Napoli a svolgere compiti di polizia e a garantire l’ordine pubblico.
Benchè questo ruolo sembri essere “istituzionale” per la Camorra, l’elevazione al potere durò poco e i camorristi furono incarcerati pochi mesi dopo tali servizi.
La Camorra si distingue dalla mafia siciliana per due importanti caratteristiche e cioè che nasce come fenomeno prevalentemente urbano e rimane tale anche quando, a partire dal dopoguerra, si sposta nelle campagne.
Inoltre è l’unico gruppo di criminalità organizzata ad avere caratteristiche di massa.
La storia della Camorra è quella di una organizzazione che rimane in fase predatoria, un raggruppamento mercenario subalterno al potere dominante il cui obiettivo è di guadagnare la mobilità sociale attraverso la violenza.
Le cosche della Camorra funzionarono come arbitri all’interno di una grande area illegale.
Per dirla con le parole della Commissione parlamentare antimafia “La Camorra non contrappone un ordine alternativo a quello dello Stato ma governa il disordine sociale”.
La nuova Camorra, per interderci quella degli anni ’70, fu una creatura di Raffaele Cutolo, il quale governò l’illegalità diffusa sul territorio napoletano attraverso le estorsioni ed il contrabbando di sigarette.
Alla fine del decennio, davanti alla prepotenza dei clan che facevano capo a Lorenzo Nuvoletta e Antonio Bardellino della fazione “Nuova Famiglia” affiliata a Cosa Nostra, Cutolo cercò di ristrutturare la “Nuova Camorra Organizzata” in grado di salvaguardare la sua fetta di mercato storico del contrabbando delle sigarette e quella dei nuovi mercati di eroina e cocaina.
Il mercato della droga fu un passaggio importante nella storia della criminalità organizzata e, come sempre in questi casi, fu segnato da una guerra feroce che durò dal 1977 al 1983 provocando 1500 morti.
All’accumulazione del capitale dei proventi della droga si aggiunsero due avvenimenti straordinari che permisero il salto di qualità.
Il primo fu il terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia che uccise 2735 persone e ne ferì quasi 9000.
La camorra comprese subito che il terremoto poteva trasformarsi in un grande affare giocato sulla ricostruzione sia edilizia che della viabilità.
Il secondo avvenimento cruciale avvenne nell’aprile 1981 con il rapimento da parte delle Brigate Rosse del democristiano Ciro Cirillo, Assessore regionale all’urbanistica, Presidente del comitato per la ricostruzione ed ex Presidente della giunta regionale.
Protagonisti delle trattative per la liberazione di Cirillo furono esponenti della DC, personaggi di alto grado del SISMI (i servizi segreti militari), la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e alcuni detenuti considerati vicino all’ambiente brigatista.
Costoro serviranno da tramite tra Cutolo ed i carcerieri di Cirillo.
In cambio della sua mediazione Cutolo si prefiggeva tre obiettivi:
1 – una sua forte legittimazione nell’ambiente carcerario;
2 – favori e profitti per le sue imprese camorristiche nella concessione degli appalti e nei lavori per la ricostruzione;
3 – agevolazioni giudiziarie per sé e per i suoi.
Nel mese di luglio Cirillo fu rilasciato dietro il riscatto di 1 miliardo e 400 milioni di lire.
Cutolo, in mancanza dell’atteso riconoscimento per il servizio reso al partito, cominciò a ricattare alcuni esponenti DC i quali si rivolsero ai rivali di Cutolo e cioè il clan Alfieri-Galasso.
Ma Cutolo fu arrestato e trasferito nell’isola-carcere dell’Asinara.
A partire dal 1983 il clan Alfieri riuscì ad ottenere protezione fisica, politica ed economica proprio da quel gruppo politico che si era rivolto a loro.
Nel 1994 la Campania deteneva il triste primato per il numero di parlamentari per i quali era stato richiesto il rinvio a giudizio per collusioni mafiose.
La Camorra di Alfieri fu in grado di riciclare i profitti delle tangenti, delle estorsioni, del traffico di stupefacenti, della prostituzione, dei giochi d’azzardo e della nuova industria dello smaltimento dei rifiuti tossici attraverso una infinità di imprese apparentemente legali, raggiungendo un fatturato di circa 1500 miliardi di lire l’anno.
Nel frattempo, a dieci anni dal terremoto, 28572 senzatetto vivevano ancora in roulottes, prefabbricati o in altri alloggi temporanei, 107 aziende industriali, finanziate dai fondi per la ricostruzione post-terremoto, non erano entrate in produzione e i 7539 posti di lavoro promessi non erano stati creati. TORNA SU
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La parola terrorismo comparve per la prima volta nel 1798 nel “Dizionario dell’Accademia francese” ma il suo significato non corrisponde a quello odierno.
Allora si intendeva l’abuso del potere rivoluzionario, oggi l’attività delittuosa finalizzata al sovvertimento dell’ordine politico e sociale.
Non esiste una definizione di terrorismo né nella legislazione italiana né, tanto meno, in quella internazionale in quanto manca una visione comune nel delineare e definire quali siano gli atti terroristici.
Dopo l’11 settembre si è riunita l’assemblea delle Nazioni Unite dove sono emersi dei contrasti proprio a proposito della sua definizione.
Tale difficoltà si relaziona ad una questione pratica in quanto se non si sa cosa sia il terrorismo, non si sa neanche chi sono i nemici e quindi, conseguentemente, come batterli.
Basti pensare come, nello statuto dei crimini contro l’umanità, manca il terrorismo proprio per la questione sopra citata.
Nel 1973 per l’attentato di Fiumicino furono arrestati i responsabili: un gruppo composto da libanesi, egiziani e libici. Successivamente essi si rifugiarono in Egitto dove furono accolti come eroi internazionali e furono date loro sia l’impunità che l’immunità.
Anche l’Italia, per ragioni di stato, ha spesso concesso asilo politico a molti terroristi. Questo ha fatto si che gli organismi internazionali ci considerassero un paese blando e non impegnato nella lotta contro il terrorismo.
Il terrorismo si divide in Interno e Internazionale.
Quello interno è terrorismo di stato e rivoluzionario; quello internazionale è il terrorismo indipendentista o separatista.
Il terrorismo interno ha assunto dei momenti rilevanti dopo la seconda guerra mondiale soprattutto in Israele e in Algeria anche se non tutti i paesi manifestano una forma uguale di terrorismo: in alcuni infatti vi sono manifestazioni meno cruente rispetto ad altre.
Il terrorismo indipendentista è l’espressione sotto la quale si riconducono coloro che lottano per la formazione dello stato nazionale. E’ un movimento che mira a liberarsi dall’oppressione coloniale e a costituire uno stato indipendente.
Attualmente si conoscono altri due tipi di terrorismo: il Cyberterrorismo e il Terrorismo Transnazionale.
Per cyberterrorismo si intende l’attività volta alla distruzione o al danneggiamento di sistemi informatici quali banche dati o sistemi di comunicazione di massa avvalendosi di metodiche proprie della criminalità informatica.
Il terrorismo transnazionale è quello che preoccupa di più, tanto che le Nazioni Unite hanno predisposto una lista delle organizzazioni che i singoli paesi considerano terroristiche.
Gli appartenenti a queste organizzazioni hanno imparato a conoscere bene le normative esistenti nei vari stati europei potendo così scegliere dove compiere le loro attività e quali.
Etimologicamente l’atto terroristico può essere considerato come un comportamento umano lesivo dell’incolumità fisica della persona che crea una paura diffusa nei confronti di un numero indeterminato di persone.
Il terrorismo è contraddistinto da due momenti: la finalità ideologica che lo motiva e la finalità politica che si prefigge.
OSAMA BIN LADEN
E’ il terrorista, diciamo così, più conosciuto.
E’ uno sceicco saudita di origine yemenita che ha fondato e dirige il “Fronte islamico internazionale per la Jihad contro gli ebrei ed i crociati”, una organizzazione integralista transnazionale con base in Afghanistan.
Questa organizzazione è una sovrastruttura che indirizza le attività di altre organizzazioni. Passa attraverso il rovesciamento, con la violenza, dei regimi corrotti dall’influenza dell’occidente, con particolare riferimento all’Arabia Saudita, accusata di ospitare le basi militari degli americani durante la guerra del golfo. E’ la diretta emanazione della organizzazione denominata “Al-Qaida” tramite la quale Bin Laden, sin dalla metà degli anni ’80, ha fornito supporto logico e finanziario ai gruppi integralisti islamici.
Nel 1996 Bin Laden ha proclamato il “Fatwe” (parere giuridico-religioso) dove esortava i musulmani ad attaccare le truppe statunitensi e ad uccidere gli americani.
Osama ha una articolata rete di fiancheggiatori reclutati da musulmani della Costa d’Avorio, del Sudan, della Nigeria, del Senegal e della Mauritania, quasi tutti immigrati clandestini, allo scopo di infiltrarli nell’occidente e come attentatori nei confronti di obiettivi statunitensi, israeliani ed occidentali. TORNA SU
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