TORNA A CRIMINOLOGIA                    HOME   

CORSO PRATICO DI CRIMINOLOGIA

  1. COSA E' LA CRIMINOLOGIA E QUALI SONO LE SUE ORIGINI
  2. SCALETTA CORSO   
  3. SERIAL KILLER  
  4. ABUSO SU MINORI - PEDOFILIA  
  5. L’OMICIDIO RITUALE (Sette Sataniche)

  6. LO STALKING: conoscerlo e difendersi

  7. LA VIOLENZA DOMESTICA

  8. LE PARAFILIE SESSUALI

  9. ANALISI DELLA SCENA DEL CRIMINE

  10. IL BULLISMO

  11. LA SINDROME DI STOCCOLMA

  12. ABUSI E MALTRATTAMENTI NELL'INFANZIA

  13. TRAFFICO DI ORGANI

  14. MOBBING

  15. IL CASO SINDONA

  16. ULTRA' E VIOLENZA NEGLI STADI

  17. LA MORTE DI ROBERTO CALVI

  18. IL CASO MATTEI

  19. LA MAFIA

  20. la 'ndrangheta

  21. la camorra

  22. IL TERRORISMO

  23. le brigate rosse

  24. Il Caso Moro

  25. La Banda della magliana

  26. LA SCOMPARSA DI EMANUELA ORLANDI

  27. l'attentato a giovanni paolo ii

  28. l'omicidio di pier paolo pasolini

  29. il massacro del circeo

  30. l'omicidio di serena mollicone

  31. l'omicidio di yara gambirasio

  32. il delitto di via poma

  33. Il delitto dell'olgiata

  34. OMICIDI IN FAMIGLIA – FAMILY MURDER

  35. La morte di filippo raciti

  36. DISAGIO E DEVIANZA NELL’ADOLESCENZA

  37. LA VIOLENZA

  38. DONNE BOSS E DONNE VITTIME DELLA CAMORRA

 

CHE COSA E’ LA CRIMINOLOGIA E QUALI SONO LE SUE ORIGINI

Scritto da Laura 11 maggio 2009

Prima di iniziare questo percorso è bene che tutti siano informati su ciò che andremo a trattare.

Che cos’è la Criminologia?

La criminologia è la scienza che studia il crimine e chi lo commette.

Nasce nel 1876 con la pubblicazione de” L’uomo delinquente” di Cesare Lombroso e si sviluppa utilizzando i metodi di ricerca della psicologia, della psichiatria, della sociologia e del diritto ma anche della psicoanalisi e della genetica.

Una tale varietà di approcci sta a dimostrare come non esista una scienza dell’uomo che non possa fornire un contributo allo studio del crimine.

Tutti abbiamo fantasie aggressive ma non tutti consumiamo dei delitti.

La differenza è tra chi ha sviluppato una personalità sana e regola questi impulsi senza trasformarli in azioni e chi invece quelle fantasie le mette in pratica.

Il confine tra la normalità e la delinquenza sta proprio nel non controllare l’aggressività.

A questo punto entra in gioco la personalità che è l’insieme delle caratteristiche che definiscono un individuo.

E’ costituita da una parte innata, il “temperamento”, determinato dai geni ma il suo sviluppo avviene a seconda delle relazioni con gli altri e del contesto sociale.

Le personalità sane sono capaci di adattarsi perché flessibili, quelle patologiche sono rigide e adottano un solo comportamento.

Per esempio, c’è chi si sente costantemente minacciato dagli altri (paranoia): una banale conversazione innesca in lui la diffidenza che, in casi estremi, può sfociare nella violenza.

Tra i numerosi disturbi della personalità quello prevalente nel mondo criminale è il disturbo antisociale: chi ne soffre agisce senza pensare.

Le manifestazioni di questo disturbo sembrano il ritratto di molti delinquenti: mancanza di rimorso o senso di colpa, indifferenza per le sofferenze causate agli altri.

Il criminale più pericoloso è quello che a priori non appare aggressivo.

Di fronte ad un delitto inspiegabile si ricorre erroneamente al termine di “raptus”.

In realtà il raptus non esiste in quanto durante le perizie psichiatriche emergono le motivazioni legate al comportamento criminale e il contesto sociale.

Concludo con una frase emblematica del matematico Quetelet, inventore della statistica criminale: “E’ la società che prepara il delitto; il delinquente non fa altro che compierlo.

*****************************************************************************************************************************************

 2   SCALETTA CORSO

    Laura, 12 luglio 2009

Buongiorno,

dopo un breve periodo di ferie, eccomi di nuovo a voi.

Abbiamo affrontato l’argomento della Criminologia con un breve accenno a come è nata e alla sua storia.

Ora, credo sia il caso di approntare una scaletta di ciò che andremo a trattare prossimamente.

Per quanto mi è possibile vorrei cercare di dotare tutti coloro che visiteranno questo sito di nozioni e conoscenze in merito a diversi argomenti inerenti questo affascinante campo.

Un viaggio nella psiche dei Serial Killer per capire le logiche perverse e le patologie mentali. La pedofilia. L’omicidio rituale (sette sataniche). Lo stalking. La violenza domestica. Le parafilie sessuali. L’analisi della scena del crimine. Il bullismo. La sindrome di Stoccolma. Gli abusi nell’infanzia. Il traffico di organi. Il mobbing. Gli ultrà e la violenza negli stadi.

Esamineremo anche alcuni dei delitti di cronaca (risolti e irrisolti) avvenuti in Italia. Dal caso Sindona alla morte di Roberto Calvi. La morte di Enrico Mattei e il caso Moro. Il rapimento di Emanuela Orlandi e i delitti del Mostro di Firenze e…….molto altro ancora!

Ovviamente analizzeremo anche i tre omicidi per eccellenza: quello di Simonetta Cesaroni (Via Poma), quello di Alberica Filo Della Torre (Olgiata) e quello del piccolo Samuele Lorenzi (Cogne).

Inizieremo il percorso a settembre dopo le ferie.

Naturalmente se qualcuno di voi volesse approfondire qualche altro argomento al quale è interessato, può segnalarlo tramite il sito.

BUONE VACANZE A TUTTI!!!!!

*****************************************************************************************************************************************

  3  SERIAL KILLER

    Laura, 29 settembre 2009

Bentrovati a tutti,

come promesso eccomi di nuovo a voi per iniziare il nostro percorso.

Il primo argomento che tratteremo riguarda i Serial Killer e lo affronteremo con un viaggio nella loro psiche analizzando logiche e patologie.

La prima domanda che sorge spontaneamente sentendo parlare di Serial Killer è: Ci si nasce oppure, in qualche modo, ci si diventa?

Andiamo a vedere.

Prima di tutto la definizione esatta di Serial Killer è riferita ad un individuo che uccide almeno tre vittime in eventi distinti, in luoghi separati e con un periodo di intervallo tra un omicidio e l’altro.

Questo periodo può durare giorni, mesi e addirittura anni.

Il soggetto può uccidere più di una persona in ciascun evento, può colpire a caso oppure scegliere accuratamente le sue vittime.

Le caratteristiche principali dell’omicida seriale sono una famiglia multiproblematica alle spalle,una intelligenza sopra alla media,una fantasia molto sviluppata, incapacità di provare empatia ed inoltre smette di uccidere solo se ucciso.

L’infanzia dei Serial Killer è spesso caratterizzata da violenze sessuali, fisiche e psicologiche.

La loro psicopatologia riguarda disturbi mentali su base organica (Sindrome del lobo frontale, Disturbi correlati a sostanze stupefacenti e Psicosi organiche); disturbi mentali dell’età evolutiva (Ritardo mentale e Disturbo della condotta); psicosi (Schizofrenia e Paranoia); parafilie (Sadismo sessuale, Pedofilia e Necrofilia).

Il fattore che sta alla base dell’omicidio seriale è la Necromania, una parafilia che consiste nella ricerca del rapporto diretto con la morte mediante l’uccisione ed il successivo contatto con il cadavere.

Esistono due tipi di Serial Killer, quello organizzato e quello disorganizzato.

Il primo pianifica il delitto, conversa con la vittima e lascia il luogo del crimine ordinato.

Il secondo agisce esattamente nel modo contrario, aggredisce improvvisamente ed esercita violenza post-mortem.

Le vittime dei Serial Killer sono sia uomini che donne ma anche bambini.

Gli uomini sono di solito omosessuali. I loro omicidi esprimono la non accettazione di sé.

Le donne sono prostitute e anziane. L’assassino di prostitute è spesso disturbato nella sfera sessuale mentre l’anziana rappresenta la madre con la quale il soggetto ha avuto, molto probabilmente, un rapporto traumatico durante l’infanzia.

Per quanto riguarda i bambini l’omicidio seriale si suddivide in due categorie: quello motivato da pedofilia (che andremo ad analizzare in seguito) e l’infanticidio che, quando sono i genitori ad uccidere i propri figli, viene denominato figlicidio.

Di solito siamo abituati a classificare Serial Killer gli uomini, ma esistono anche Serial Killer donna.

Le donne, a differenza degli uomini, non mirano a gratificazioni sessuali, non eccedono in violenza e uccidono di solito tra le mura domestiche.

Ne esistono svariate tipologie.

Tra queste ricordiamo gli Angeli della Morte (uccidono persone affidate alle loro cure), Vedove Nere (uccidono i mariti o altri membri della famiglia), donne affette dalla Sindrome di Munchausen (inventano sintomi o addirittura procurano loro stesse disturbi nei loro figli fino a condurli alla morte).

Vorrei concludere stilando l’identikit del Serial Killer italiano:

-E’ un uomo dall’apparenza normale;

-E’ nato in prevalenza al nord;

-E’ cresciuto povero d’affetto;

-Spesso è vissuto in orfanotrofio;

-E’ stato in prigione;

-E’ celibe;

-E’ disoccupato oppure fa un lavoro non qualificato;

-Soffre di disturbi psichici;

-Colleziona armi o coltelli;

-Ha una età compresa fra i 30 e i 35 anni;

-L’approccio con la vittima avviene tramite inganno.

Inoltre è bene sapere che i Serial Killer che hanno ottenuto qualche forma di libertà hanno ripreso ad uccidere.

Alla luce di quanto fin qui espresso possiamo tranquillamente affermare che Serial Killer non si nasce ma……..ci si diventa!         TORNA SU

*****************************************************************************************************************************************

4 ABUSO SU MINORI - PEDOFILIA

    Laura, 19 ottobre 2009

Salve a tutti,

il secondo argomento che andremo a trattare riguarda l’abuso sui minori e la pedofilia.

Nell’ambito delle condotte abusanti se ne distinguono quattro:

- VIOLENZA FISICA: ogni azione fisicamente dannosa (bruciature, ferite, ecc.) diretta contro il bambino;

- TRASCURATEZZA FISICA E AFFETTIVA: incapacità dei genitori di comportarsi adeguatamente per la tutela del bambino;

- ABUSO PSICOLOGICO: il bambino è costantemente rimproverato;

- ABUSO SESSUALE: il coinvolgimento del bambino in atti sessuali come stupri, incesti, ecc.

Gli effetti psicologici a fronte di questi comportamenti vanno dall’insicurezza all’inerzia, dall’aggressività a un ritardo nello sviluppo psico-fisico fino a compromettere lo sviluppo della personalità che, in età adulta, può portare alla tossicodipendenza, all’alcolismo oppure a problemi psichiatrici.

Tra gli abusi sessuali si annovera il fenomeno della Pedofilia.

Che cos’è la pedofilia?

E’ una pulsione che porta a desiderare di avere una attività sessuale con bambini pre-puberi di età generalmente inferiore ai tredici anni. Il soggetto per essere considerato pedofilo deve avere almeno sedici anni o, comunque, almeno cinque anni in più rispetto al bambino coinvolto.

Leggiamo ogni giorno sui giornali oppure apprendiamo dalla televisione di bambini violentati e uccisi ma il “pedofilo puro” ama il bambino, non lo ammazza, per lui è un oggetto sessuale e in alcuni casi vive con lui anche un rapporto di tipo paterno.

La pedofilia nasce dal fatto che il bambino non supera il complesso di Edipo e quindi, anche in età adulta, ha una posizione infantile.

Il pedofilo finisce per identificarsi con il suo partner, vede in lui se stesso bambino e lo colma di tutte quelle attenzioni che a lui non sono state date. I pedofili si dividono in tre categorie:

PEDOFILI PURI che in genere non ricorrono al mercato della prostituzione organizzata perché il bambino preferiscono cercarlo da soli; PEDOFILI OCCASIONALI quelli che hanno impulsi perversi ma sono capaci di controllarli e passano all’azione soltanto se c’è un bambino ben preciso che li stimola;

PEDOFILI INATTIVI è la categoria più pericolosa perché vi appartengono i malati di mente e i criminali che fanno della pedofilia un vero e proprio mercato.

I trattamenti per la cura della pedofilia sono di due tipi:

TRATTAMENTO MEDICO-BIOLOGICO che comprende la castrazione chirurgica (asportazione dei testicoli) e quella chimica (somministrazione di farmaci che inibiscono la produzione del testosterone);

TRATTAMENTO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE che comprende diverse tecniche come quella di sensibilizzazione, quella di avversione, quella del controllo degli stimoli e altre.

IDENTIKIT DEL PEDOFILO

Persona di età superiore ai 30 anni;

Apparentemente normale;

Discreta cultura;

Sposato e con figli.

Questo soggetto comincia a cercarsi delle occasioni che lo facciano rimanere solo con il bambino che lo attrae, passando all’azione e nutrendo nei confronti del minore un vero e proprio sentimento che lo porta a sperimentare gelosia e possesso.                             TORNA SU

*****************************************************************************************************************************************

5 L’OMICIDIO RITUALE (Sette Sataniche)

Laura, 26 ottobre 2009

L’omicidio rituale, che può anche essere seriale, è attuato da un soggetto che uccide una o più persone per offrire un sacrificio ad una entità soprannaturale in cambio di vantaggi spirituali o profitti terreni. L’omicidio rituale seriale è quasi sempre di tipo schizofrenico con stati dissociativi che si concretizzano con fughe dalla realtà in soggetti paranoici e psicotici. Le motivazioni possono essere: RELIGIOSA = data da una fede smisurata in un sistema di credenze con dedizione assoluta ad una divinità;

PARAFILIACO-SESSUALE = con gratificazione sessuale di tipo aberrante attraverso l’omicidio per libidine o per desiderio;

EGOTICO-CENTRICA = data da un bisogno di spiritualità e da una necessità di sottomissione ed assoggettamento della vittima. Causa scatenante dell’omicidio rituale è quasi sempre il Satanismo. Quando si parla di satanismo ci si riferisce di norma a persone, gruppi o movimenti che praticano l’adorazione e l’invocazione del demonio. Il satanismo ha una componente che confina con la follia e con la perversione sessuale, unitamente ad una componente religiosa ed anticristiana di odio contro Dio e Cristo. Il concetto di satanismo trae origine dal Sabba ossia una riunione di streghe, maghi e demoni che avveniva nella notte tra il venerdì e il sabato in luoghi isolati e selvaggi. Tra le nefandezze da loro compiute c’era l’uccisione di bambini attraverso una pratica rituale. Il Sabba si definì durante il periodo medioevale e, con l’Inquisizione, iniziò la lotta contro i cristiani che furono accusati di rinnegare Dio, bestemmiare, adorare Satana e consacrargli i loro bambini. Oggi professarsi satanista non costituisce reato penale in quanto tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge. Il satanismo non va inoltre confuso né con la magia, né con lo spiritismo o l’esoterismo. I satanisti normalmente sono raggruppati in sette. Per entrare a farne parte c’è una sorta di reclutamento che avviene attraverso una selezione iniziale. Il soggetto viene persuaso per poi essere reso manipolabile per gli scopi della congregazione. Alla base dei rituali satanici c’è la Messa Nera, un rito anticristiano dove il corpo nudo di una donna funge da altare sul quale profanare l’ostia consacrata trafugata dai tabernacoli. Il rito della messa è ad opera di un sacerdote spretato e si conclude con l’uccisione della donna come atto di sfida a Dio.                                                                                                                                                            TORNA SU

*****************************************************************************************************************************************

6 LO STALKING: conoscerlo e difendersi

Laura, 18 novembre 2009

La parola STALKING deriva dal linguaggio tecnico della caccia e letteralmente significa “fare la posta”.

In termini psicologici, lo stalking è un complesso fenomeno relazionale che viene individuato anche come “Sindrome del molestatore assillante”.

I protagonisti principali di questo fenomeno sono:

lo stalker;

la vittima;

la relazione forzata che si stabilisce fra i due e che provoca un continuo stato di ansia e paura nella vittima.

Lo stalking può presentare una durata variabile che va da uno o due mesi fino a coprire un periodo lungo anche anni.

Può essere un conoscente, un collega, un completo estraneo oppure, come più frequente, un ex-partner.

In genere gli stalker agiscono per recuperare un rapporto finito, altri invece hanno semplicemente l’intento di stabilire una relazione sentimentale.

In ogni caso, per il molestatore, la vittima diviene l’oggetto su cui investire i propri bisogni di riconoscimento e di attenzione.

A seguito dell’analisi dei profili psicologici di numerosi stalker, si è giunti ad individuarne cinque tipologie.

Il RISENTITO = si tratta di solito di un ex-partner che desidera vendicarsi per la rottura della relazione sentimentale causata, a suo avviso, ingiustamente;

Il BISOGNOSO D’AFFETTO = motivato dalla ricerca di una relazione che può riguardare l’amicizia o l’amore;

Il CORTEGGIATORE INCOMPETENTE = manifesta una condotta basata su una scarsa abilità relazionale che si traduce in comportamenti opprimenti ed invadenti;

Il RESPINTO = manifesta comportamenti persecutori in reazione ad un rifiuto;

Il PREDATORE = ambisce ad avere rapporti sessuali con una vittima che viene pedinata, inseguita e spaventata.

L’età delle vittime varia dai 14-16 anni fino all’età adulta, con un calo dopo i 50 anni.

I dati del Centro Antipedinamento di Roma hanno rilevato che, nella Capitale, il 21% della popolazione è stata vittima di stalking almeno una volta.

La categoria vittimologia più a rischio risulta essere quella che comprende quanti lavorano nell’assistenza socio-sanitaria come medici, psicologi, infermieri, ecc.

Le modalità di difesa che devono essere adottate variano a seconda delle circostanze e delle diverse tipologie di persecutori.

Si possono tuttavia dare dei suggerimenti in linea generale:

1 – tenere presente che prendere consapevolezza del problema è già un primo passo per risolverlo;

2 – ricordare che di fronte ad una relazione indesiderata è necessario dire di no in modo chiaro e fermo;

3 – la strategia migliore è l’indifferenza;

4 – cercare di essere prudenti quando si esce di casa;

5 – in caso di molestie telefoniche tentare di ottenere una seconda linea;

6 – tenere un diario dove riportare gli eventi più importanti;

7 – raccogliere più dati possibili sui fastidi subiti, ad es. conservare lettere o e-mail;

8 – tenere sempre a portata di mano un cellulare;

9 – in qualsiasi sensazione di pericolo chiedere aiuto al pronto intervento.

Si ricorda che dal 23/2/2009, con un decreto legge, lo stalking è diventato reato ed è stato inserito nel Codice Penale. E’ punito con una reclusione che va da sei mesi a quattro anni

 

*****************************************************************************************************************************************

7 LA VIOLENZA DOMESTICA

Laura, 23cdicembre 2009

L’immagine della famiglia come luogo di sicurezza e di cura ha contribuito al permanere di molti stereotipi sul fenomeno della violenza alle donne.

Essi rendono ancora più faticoso e difficile per chi la subisce parlarne e chiedere aiuto.

Subire violenza è un’esperienza traumatica che produce effetti diversi a seconda delle persone che ne sono vittima.

Ciascuna donna reagisce in modo diverso; passività, debolezza e incapacità di prendere decisioni sono tra gli effetti più frequenti della violenza abbinati, a volte, all’assunzione di alcool o droghe.

La violenza domestica può annientare il senso di sicurezza di una donna, per lei non c’è più la possibilità di sentirsi bene e di controllare la situazione.

Questi sentimenti vengono rafforzati dall’atteggiamento del partner violento che continua a ripeterle che se lei fosse una madre, una cuoca e un’amante migliore lui non la picchierebbe.

Come conseguenza di tutto ciò la sua autostima si abbassa, si sente piena di dubbi e, soprattutto, colpevole; ha paura che nessuno le creda, non sa che cosa fare e dove andare.

Le conseguenze della violenza domestica possono essere molto gravi.

In generale, le donne che subiscono questo tipo di violenza hanno condizioni di salute fisica e mentale pessime, richiedono trattamenti di carattere sanitario e sono soggette a rischio di suicidio.

CONSEGUENZE DI CARATTERE FISICO: ferite di vario genere come bruciature, tagli, occhi neri, commozione cerebrale e fratture;

CONSEGUENZE DI CARATTERE RELAZIONALE E MATERIALE: isolamento sociale e familiare, perdita di relazioni, assenze dal lavoro con conseguente perdita dello stesso;

CONSEGUENZE DI CARATTERE PSICOLOGICO: paura, ansia per la propria situazione e per quella dei propri figli, sentimenti di vulnerabilità, perdita e tradimento.

Il risultato di tutto ciò è un clima costante di tensione, paura e minaccia in cui l’esercizio della violenza fisica, anche se avviene in modo sporadico, può tuttavia risultare estremamente efficace.

Le Case ed i Centri Antiviolenza hanno elaborato un modello che descrive efficacemente queste realtà di cui parlano le donne che ad essi si rivolgono in cerca di aiuto.

Si tratta del modello “Ruota del potere e del controllo”, elaborato per la prima volta negli USA da un gruppo di donne maltrattate.

Questo, in sintesi, è lo schema tratto da “Domestic abuse intervention project” presentato a Duluth, Minnesota.

Dal Potere e dal Controllo dell’uomo sulla donna situato al centro della ruota partono i seguenti raggi:

1 – Uso di minaccia e coercizione (minacciare di fare qualcosa che la ferisce, costringerla a comportamenti illegali);

2 – Intimidazione (farle paura con sguardi, azioni e gesti);

3 – Violenza economica (impedirle di ottenere o di mantenere un lavoro);

4-Violenza psicologica (insultarla e umiliarla);

5-Usare privilegi maschili (trattarla come una domestica);

6-Usare i figli come arma di ricatto;

7-Minimizzare e ridicolizzare gli episodi di violenza;

8-Isolamento (controllare quello che fa, con chi esce e con chi parla).

Il percorso di ricerca di aiuto di una donna che subisce violenza può essere lungo e difficile.

Il fatto stesso di ammettere che c’è un problema e che non si riesce a risolverlo produce sofferenza.

A questo punto ci si chiede: Perché una donna che viene violentata dal proprio uomo non lo lascia?

Ecco le risposte.

SITUAZIONE DI PERICOLO: quando una donna decide di lasciare il partner violento la situazione tende a diventare più pericolosa;

SALVARE L’AMORE E LA FAMIGLIA: la donna può decidere di mettere in atto una serie di strategie per tentare di salvare la relazione;

MANCANZA DI SOSTEGNO ESTERNO: la famiglia di origine non offre aiuto;

VERIFICA DELLE RISORSE ESTERNE E DEI CAMBIAMENTI: c’è la possibilità che il partner possa cambiare, la donna vuole verificare la reazione dei figli alla mancanza del padre;

AUTOBIASIMO: la donna può ritenersi responsabile della violenza subita.

Se una donna viene sostenuta nel suo percorso (dai familiari, dagli amici e dai Centri preposti) e aiutata anche da una consulenza legale, è più facile che intraprenda la via di un percorso generalmente lungo, faticoso e dispendioso sia in termini economici che umani.

*****************************************************************************************************************************************

8 LE PARAFILIE SESSUALI

Laura, 23gennaio 2010

Parafilie (note come perversioni o deviazioni sessuali)
Le parafilie sono classificate tra i disturbi del comportamento sessuale. Sono sinteticamente schematizzabili come:

Esibizionismo. Esposizione dei propri genitali ad un estraneo che non se l’aspetta.

Feticismo. Uso di oggetti inanimati che non siano limitati a strumenti, come il vibratore, progettati per la stimolazione tattile dei genitali.
Frotteurismo. Toccare e strofinarsi contro una persona non consenziente.
Pedofilia. Attività sessuale con uno o più bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli). Il soggetto “pedofilo” deve avere almeno 16 anni ed essere di almeno 5 anni maggiore del bambino o dei bambini con cui ha attività sessuali. Non viene incluso il soggetto tardo-adolescente coinvolto in una relazione sessuale perdurante con un soggetto di 12-13 anni.
Masochismo Sessuale. Atto (reale, non simulato) di essere umiliati, picchiati, legati o fatti soffrire in qualche altro modo.
Sadismo Sessuale. Azioni (reali, non simulate) in cui la sofferenza psicologica o fisica (inclusa l’umiliazione) della vittima è sessualmente eccitante per il soggetto.
Feticismo da Travestitismo. Il travestimento di un maschio eterosessuale.
Voyeurismo. Atto di osservare un soggetto che non se lo aspetta mentre è nudo, si spoglia, o è impegnato in attività sessuali.
Parafilia Non Altrimenti Specificata (NAS). Questa categoria diagnostica viene inclusa per codificare quelle parafilie che non soddisfano i criteri per nessuna delle precedenti. Gli esempi includono, ma non si limitano a:

Scatologia telefonica. Telefonate oscene
Necrofilia. Attrazione sessuale per i cadaveri
Parzialismo. Attenzione esclusiva per una parte del corpo.
Zoofilia. Attrazione sessuale per gli animali.
Coprofilia. Uso delle feci per l’eccitazione sessuale.
Urofilia. Uso delle urine per l’eccitazione sessuale.
Clismafilia. Uso dei Clisteri per l’eccitazione sessuale.

Va ricordato che ogni parafilia deve durare per almeno sei mesi ed essere presenti fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente che comportino le azioni di cui sopra. Ogni “condotta sessuale” per essere definita parafiliaca ha necessità di causare disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento.

 Comprensione e Trattamento Psicologico delle Perversioni Sessuali
L’influenza del contesto socio-culturale è piuttosto evidente quando si trattano “patologie” come le parafilie. «Parafilia» è l’attuale termine scientifico per definire l’insieme di quelle condotte sessuali più note con i nomi di “perversioni” o “deviazioni sessuali”.
Se adottassimo uno di questi ultimi nomenclatori ci troveremmo immediatamente immersi in un contesto “giudicante” che è esattamente l’opposto di ciò che avviene nel setting psicologico clinico.
Affrontare un discorso generale sulle parafilie senza suscitare anche un pur minimo imbarazzo o prese di posizione nette sull’argomento, è compito senza dubbio arduo se non impossibile. Questo perché, nonostante le numerose “rivoluzioni” sessuali, la sessualità rimane uno dei più importanti “modellatori” della personalità, dell’identità e della vita sociale di ogni individuo.
Se al tempo di Sigmund Freud, in un contesto sociale in cui la sessualità non risultava essere argomento di discussione, poteva avere un senso parlare di perversioni definendole come «quelle attività sessuali finalizzate su regioni del corpo non genitali», oggi, in seguito a quei cambiamenti sociali messi in moto proprio dal movimento psicoanalitico, in seguito alla nascita della sessuologia clinica e quindi alle ricerche sulla sessualità, una simile “diagnosi” rischierebbe di valutare come “patologiche” le condotte sessuali della quasi totalità della popolazione mondiale.
Tutti gli individui cosiddetti normali hanno delle fantasie e mettono in atto delle pratiche sessuali che potrebbero apparentemente sembrare “perverse” ovvero ognuno di noi conserva un nucleo che possiamo anche definire “perverso” che si integra in un processo di personalità e di comportamento che risulta comunque normale.
La linea tra normalità e patologia nella sessualità è sempre legata ad aspetti quali la non esclusività, la non compulsione del comportamento e, ricordiamo, soprattutto al consenso reale dei partner sessuali.
Parliamo infatti di “normalità” delle condotte sessuali quando tale comportamento si svolge innanzitutto tra soggetti realmente consenzienti e non reca disagio, sofferenza o problemi legali (nella cultura di riferimento) a nessuno dei partecipanti all’attività e non rappresenta una condotta esclusiva svolta come una compulsione e non interferisce con lo svolgimento delle attività lavorativa e/o sociale.
Allo stesso modo definiamo il comportamento sessuale “patologico” quando causa anche ad uno soltanto dei partecipanti all’attività, disagio, sofferenza, interferenze con le attività lavorative e/o sociali, quando si compie come una compulsione, quando reca danni, quando causa problemi legali.
Nel leggere la descrizione diagnostica attuale delle parafilie, con riferimento al manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, va tenuto presente che tali definizioni risentono dell’influenza della nostra cultura e pertanto, possiamo immaginare, potrebbero subire variazioni nel corso del tempo o non applicarsi a culture completamente diverse. Ciò non toglie che attualmente tali condotte siano considerate “patologiche” in quanto ogni forma di disagio si inscrive sempre all’interno di uno specifico contesto sociale.
Quando ad esempio il “pedofilo” cerca di giustificare la propria condotta parafiliaca portando come esempio altre culture o società antiche, “dimentica” che egli vive in un contesto diverso da quelli che porta come prova che la sua condotta sia da definire “normale”. La negazione di vivere all’interno di un contesto socio-culturale che non sia in grado di giustificare un certo tipo di comportamento tanto da definirlo “patologico” è probabilmente un processo difensivo che va utilizzato nella valutazione diagnostica di tali pazienti.

IL TRATTAMENTO. Il trattamento delle parafilie è piuttosto complesso, soprattutto quando il paziente ha già messo in atto processi difensivi in grado di far negare che il comportamento sia patologico. Occorre sempre un’attenta valutazione diagnostico-differenziale soprattutto per escludere altre forme psicopatologiche come ritardo mentale, disturbi gravi di personalità (in particolare il disturbo borderline o, nei maschi, il disturbo narcisistico ed il disturbo ossessivo-compulsivo) ed altre patologie. Una volta valutato il funzionamento globale del paziente sarà possibile orientare verso la forma di intervento, quasi sempre piuttosto lunga e tortuosa, adatta per ogni specifico caso.                                      
TORNA SU

*****************************************************************************************************************************************

  9 ANALISI DELLA SCENA DEL CRIMINE  

LA SCENA DEL CRIMINE:  LA SUA ANALISI, IL CRIMINAL PROFILING, ACCENNI AD ALCUNE INDAGINI DI LABORATORIO leggi tutto

*****************************************************************************************************************************************

10 IL BULLISMO 

"Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o di più compagni." OLWEUS (Leggi tutto)

*****************************************************************************************************************************************

11 LA SINDROME DI STOCCOLMA. L’alleanza fra vittima e carnefice

Laura, 13 febbraio 2010

 La Sindrome di Stoccolma più che un vero e proprio disturbo rappresenta un particolare stato psicologico che può interessare le vittime di un sequestro o di un abuso ripetuto che, in maniera apparentemente paradossale, cominciano a nutrire sentimenti positivi verso il proprio aguzzino che possono andare dalla solidarietà all’innamoramento.

L’espressione fu usata per la prima volta da Conrad Hassel, agente speciale dell’FBI in seguito ad un episodio avvenuto in Svezia nell’agosto del 1973: due rapinatori tennero infatti in ostaggio per sei giorni quattro impiegati di una banca di Stoccolma i quali, con grande sorpresa degli inquirenti, una volta rilasciati espressero sentimenti di solidarietà verso i propri sequestratori arrivando a testimoniare in loro favore.

Una delle donne rapite poi instaurò un vero e proprio legame sentimentale con uno dei due criminali.

La Sindrome, che investe allo stesso modo vittima e carnefice, insorge solo in caso di vessazioni prolungate e la probabilità di svilupparla aumenta proporzionalmente al grado di dipendenza del sequestrato dal sequestratore: è più facile così che insorga in quelle circostanze nelle quali la vittima percepisce che la propria sopravvivenza è legata al proprio aguzzino, mentre di contro questa potrebbe percepire come ben più pericoloso per la propria incolumità un intervento della polizia.

Non a caso gli ostaggi svedesi del 1973 dichiararono di aver temuto più la polizia dei rapitori.

La Sindrome, per la quale si sono tentate molte differenti spiegazioni, potrebbe rappresentare un tentativo inconscio di neutralizzare il criminale avvicinandosi a questo per evitare di essere uccisi oppure una difesa, anch’essa inconscia, messa in atto per sopportare il trauma del sequestro o della violenza.

In ogni caso sembra essere una strategia efficace che ha permesso a molte vittime di sequestri di uscirne incolumi.

Alcuni rapitori hanno dichiarato infatti che è molto più difficile agire in maniera violenta quando gli ostaggi collaborano.

La Sindrome di Stoccolma è nuovamente balzata agli onori delle cronache nel 2006 quando fu ritrovata l’austriaca Natascha Kampusch, scomparsa nel 1988 a soli otto anni.

Natascha dichiarò agli inquirenti di aver avuto più volte la possibilità di scappare dalla casa in cui era tenuta segregata, ma di non averlo fatto per scelta.

Ricordiamo infatti che la ragazza dichiarò di essersi allontanata volontariamente in seguito a un litigio con l’uomo che, dopo il fatto, si tolse la vita. TORNA SU

*****************************************************************************************************************************************

12 ABUSI E MALTRATTAMENTI NELL'INFANZIA

Prima di affrontare il problema dell’abuso e del maltrattamento è opportuna una premessa su cosa vuol dire fare e come è stata fatta la storia dell’infanzia. La storia dell’infanzia è forse la più problematica rispetto a ogni altro oggetto delle scienze sociali perché sono poche le notizie che il passato ci offre in merito.  (Leggi tutto)

*****************************************************************************************************************************************

13 IL TRAFFICO DI ORGANI

Laura, 5 marzo 2010

Il traffico di organi è il commercio illecito di organi umani utilizzati per il trapianto o per la realizzazione di riti magici. A livello internazionale il traffico di organi è menzionato nel Protocollo di Palermo che definisce il traffico di esseri umani. Nonostante diverse informazioni apparse su più organi di stampa, non vi sono dati certi su questa pratica a livello globale, mentre è stato documentato il traffico illegale per trapianto in alcuni singoli paesi come l’India, il Nepal e il Pakistan, o per riti magici in Africa. Il gruppo del Falun Gong denuncia l’uso della pratica anche in Cina, dove secondo alcune testimonianze, come quella del trapiantologo Carl Groth, sarebbe ancora in uso la pratica di espiantare gli organi ai condannati a morte subito dopo l’esecuzione. Gli organi che vengono più frequentemente espiantati nel mercato del traffico illecito sono il rene, il pancreas, il fegato e la cornea. La donazione di organi in Italia è lecita solo come atto gratuito, soggetto ad una legislazione precisa che regolamenta gli atti di disposizione del proprio corpo e non permette la vendita né l’acquisto. Il Presidente della Commissione Salute del Senato ha recentemente proposto di condannare a lunghe pene detentive chi si fa illegalmente impiantare un organo all’estero. Parlando di traffico d’organi, si fa riferimento ad almeno due ipotesi di casistiche: una persona permette l’espianto dei propri organi dietro il pagamento di denaro, oppure una persona è uccisa per prelevarne organi e tessuti. In questo contesto si ipotizza un legame fra il traffico di organi e la scomparsa improvvisa di minori e clandestini, che si sospettano essere rapiti e uccisi per utilizzarne gli organi.           TORNA SU

*****************************************************************************************************************************************

14 MOBBING

Il mobbing è, nell'accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.

Più in generale, il termine indica i comportamenti violenti che un gruppo (sociale, familiare, animale) rivolge ad un suo membro.

Etimologia

Il termine mobbing è stato coniato agli inizi degli anni settanta dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento di alcune specie animali che circondano in gruppo un proprio simile e lo assalgono rumorosamente per allontanarlo dal branco. In etologia, particolarmente in ornitologia, mobbing indica anche il comportamento di gruppi di uccelli di piccola taglia nell'atto di respingere un rapace loro predatore.

Mobbing è un gerundio sostantivato inglese derivato da "mob" cioè "una folla grande e disordinata", soprattutto "dedita al vandalismo e alle sommosse". Da qui il significato assunse presso le classi sociali più elevate una connotazione spregiativa, per cui "mob" era, anche in assenza di azioni violente, equivalente pressappoco all'italiano "plebaglia".

Mobbing sul lavoro

Questa pratica è spesso condotta con il fine di indurre la vittima ad abbandonare da sé il lavoro, senza quindi ricorrere al licenziamento (che potrebbe causare imbarazzo all'azienda) o per ritorsione a seguito di comportamenti non condivisi (ad esempio, denuncia ai superiori o all'esterno di irregolarità sul posto di lavoro), o per il rifiuto della vittima di sottostare a proposte o richieste immorali (sessuali, di eseguire operazioni contrarie a divieti deontologici o etici, etc.) o illegali.

Per poter parlare di mobbing, l'attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.

Va peraltro sottolineato che l'attività mobbizzante può anche non essere di per sé illecita o illegittima o immediatamente lesiva, dovendosi invece considerare la sommatoria dei singoli episodi che nel loro insieme tendono a produrre il danno nel tempo. In effetti, l'ingiustizia del danno, vale a dire dell'evento lesivo non previsto né giustificato da alcuna norma dell’Ordinamento giuridico, deve essere sempre ricercata valutando unitariamente e complessivamente i diversi atti, intesi nel senso di comportamenti e/o provvedimenti.

Si distingue, nella prassi, fra mobbing gerarchico e mobbing ambientale; nel primo caso gli abusi sono commessi da superiori gerarchici della vittima, nel secondo caso sono i colleghi della vittima ad isolarla, a privarla apertamente della ordinaria collaborazione, dell'usuale dialogo e del rispetto.

Si parla di mobbing verticale, o quando l'attività è condotta da un superiore al fine di costringere alle dimissioni un dipendente in particolare, ad es. perché antipatico, poco competente o poco produttivo; in questo caso, le attività di mobbing possono estendersi anche ai colleghi che preferiscono assecondare il superiore, o quantomeno non prendere le difese della vittima, per non inimicarsi il capo, nella speranza di fare carriera, o semplicemente per "quieto vivere". Si definisce invece mobbing orizzontale quello praticato da parte dei colleghi verso un lavoratore non integrato nell'organizzazione lavorativa per motivi d'incompatibilità ambientale o caratteriale, ad es. per i diversi interessi sportivi, per motivi etnici o religiosi oppure perché diversamente abile; generalmente la causa scatenante del mobbing orizzontale non sono tanto le incompatibilità all'interno dell'ambiente di lavoro quanto una reazione da parte di una maggioranza del gruppo allo stress dell'ambiente e delle attività lavorative: la vittima viene dunque utilizzata come "capro espiatorio" su cui far ricadere la colpa della disorganizzazione, delle inefficienze e dei fallimenti. Il mobbing strategico si ha quando l'attività vessatoria e dequalificante tende ad espellere il lavoratore, per far posto ad un altro lavoratore (di solito in posizioni di dirigenza).

In ogni caso, il mobbing è riferibile ad un complesso, sistematico e duraturo comportamento del datore di lavoro, che deve essere esaminato in tutti i suoi aspetti e nelle loro conseguenze.

Il primo a parlare di mobbing quale condizione di persecuzione psicologica nell'ambiente di lavoro è stato alla fine degli anni ottanta lo psicologo svedese Heinz Leymann che lo definiva come una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo, progressivamente spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa.

La pratica del mobbing sul posto di lavoro

La pratica del mobbing consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Ad esempio: sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali (fare fotocopie, ricevere telefonate, compiti insignificanti, dequalificanti o con scarsa autonomia decisionale) così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro; rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità; dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati; interrompere il flusso di informazioni necessario per l'attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull'accesso a Internet); continue visite fiscali in caso malattia (e spesso al ritorno al lavoro, la vittima trova la scrivania sgombra). Insomma, un sistematico processo di "cancellazione" del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa. Altri elementi che fanno configurare il mobbing, possono essere "doppi sensi" o sottigliezze verbali quando si è in presenza del collega oggetto di mobbing, cambio di tono nel parlare quando un superiore si rivolge al collega vittima, dare pratiche da eseguire in fretta l'ultimo giorno utile. Un esempio puo' essere il seguente: un collega, in presenza di altri colleghi, li invita ad una cena chiedendo ad ognuno di loro "allora te l'ha detto Caio che stasera vieni con noi a cena?", mentre al collega mobbizzato dice invece "tu non vieni?". Molte volte succede che l'"ordine" di aggressione al collega mobbizzato venga dall'alto e sia finalizzato alle dimissioni di qualcuno. In questo caso i colleghi che effettuano il mobbing eseguono servilmente le disposizioni del superiore anche se il collega mobbizzato non ha fatto niente di male a loro. Tutte queste situazioni ed in genere gli attacchi verbali non sono facilmente traducibili in "prove certe" da utilizzare in un eventuale processo per cui è anche difficile dimostrare la situazione di aggressione.

Le possibili azioni traumatiche possono riguardare la marginalizzazione dalla attività lavorativa, lo svuotamento delle mansioni, la mancata assegnazione dei compiti lavorativi o degli strumenti di lavoro, i ripetuti trasferimenti ingiustificati, la prolungata attribuzione di compiti dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto o di compiti esorbitanti o eccessivi anche in relazione a eventuali condizioni di handicap psico-fisici, l'impedimento sistematico e strutturale all’accesso a notizie, la inadeguatezza strutturale e sistematica delle informazioni inerenti l’ordinaria attività di lavoro, l'esclusione reiterata da iniziative formative, il controllo esasperato ed eccessivo.

È quindi chiaro che il mobbing non è una malattia ma rappresenta il termine per indicare la complessiva attività ostile posta in essere solitamente da un datore di lavoro (pubblico o privato, da solo o in combutta) per demansionare il lavoratore, isolarlo e obbligarlo al trasferimento o alle dimissioni.

Le azioni rientranti nella categoria della costrittività organizzativa coinvolgono direttamente e in modo esplicito l’organizzazione del lavoro e la posizione lavorativa e possono assumere diverso rilievo ai fini del riconoscimento della natura professionale del danno conseguente. La giurisprudenza dispone più frequentemente e facilmente il risarcimento del danno biologico, ma non del danno morale; il mobbing deve aver procurato uno delle malattie documentate in letteratura medica per avere diritto a un'indennità dall'azienda.

In Italia, le tutele al licenziamento o trasferimento in altre sedi dei lavoratori sono maggiori che in altri Paesi ed è abbastanza diffusa la pratica di ricorso al mobbing per indurre nel lavoratore le dimissioni laddove il licenziamento è possibile solo per giusta causa.

 Mobbing familiare

Questa pratica è condotta all'interno delle dinamiche relazionali coniugali e familiari ed è finalizzata alla delegittimazione di uno dei coniugi e alla estromissione di questo dai processi decisionali riguardanti la famiglia in genere e nello specifico i figli.

Il mobbing familiare più frequente è quello che coinvolge le famiglie separate e viene messo in pratica da parte del genitore affidatario nei confronti di quello non affidatario al fine di spezzare il legame genitoriale nei confronti dei figli.

In alcuni casi, il mobbing familiare si presenta attraverso una serie di strategie "persecutorie" preordinate da parte di uno dei coniugi nei confronti dell'altro coniuge, allo scopo di costringere quest'ultimo a lasciare la casa coniugale o ad acconsentire, ad esempio, a una separazione consensuale, pur di chiudere rapporti coniugali fortemente conflittuali.

Dal mobbing familiare si distingue, secondo un autore, il "mobbing genitoriale", termine che sarebbe da riservarsi alle contese in corso di separazione coniugale in cui vi siano comportamenti finalizzati ad escludere l'altro genitore dall'esercizio della propria genitorialità. Il c.d. "mobbing genitoriale" sarebbe riconducibile a tre casi (spesso erroneamente citati come casi di mobbing familiare):    

bulletemarginazione dai processi decisionali tipici dei genitori,
bulletminacce,
bulletdenigrazione e delegittimazione familiare e sociale.

 Mobbing a scuola

Il mobbing a scuola è forma di “vessazione di branco” che spesso si confonde con il bullismo ovvero con una sorta di bullismo di gruppo organizzato ai danni di un compagno di classe. Esiste anche in ambiente scolastico, benché più denunciato sui media che studiato e analizzato, una forma particolare di mobbing “dall’alto”, ossia praticato da un insegnante a danno di uno o più allievi, attraverso: espressioni sistematicamente denigratorie e/o provvedimenti disciplinari persecutori, valutazioni o giudizi ingiustificatamente negativi. Fenomeno in aumento, anche se poco conosciuto e ancor meno studiato, il mobbing di studenti più o meno organizzati nei confronti di insegnanti ritenuti deboli e non in grado di mantenere la disciplina in classe, mobbing che tende a voler nascondere le proprie mancate responsabilità nei confronti dello studio, della disciplina e del rispetto delle regole.

Conseguenze sulla salute

Il mobbing non è una malattia ma può esserne la causa. La patologia psichiatrica più frequentemente associata è il disturbo dell'adattamento; esso si compone di una variegata sintomatologia ansioso-depressiva reattiva all'evento stressogeno. Fra le conseguenze rientrano la perdita d'autostima, depressione, insonnia, isolamento. Il mobbing è causa di cefalea, annebbiamenti della vista, tremore, tachicardia, sudorazione fredda, gastrite, dermatosi. Le conseguenze maggiori sono disturbi della socialità, quindi, nevrosi, depressione, isolamento sociale e, suicidio in un numero non trascurabile di casi.

In Italia il numero di vittime del mobbing è stimato intorno a 1 milione e 200 mila, che salgono a 5 milioni se si considerano anche le famiglie.

Negli ultimi dieci anni i casi di mobbing denunciati hanno avuto un incremento esponenziale. Il mobbing ha un forte costo sociale stimato il 190% superiore al salario annuo lordo di un dipendente non mobbizzato.

La più frequente azione da mobbing consiste nel dequalificare il lavoratore per demotivarlo, farlo ammalare e costringerlo alle dimissioni, considerando che, sul piano giuridico, il demansionamento è vietato perché costituisce sempre lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità del lavoratore nel luogo di lavoro.

Presso il Parlamento italiano sono depositati diversi disegni di legge sul tema; manca invece un orientamento comunitario in tema di mobbing.      TORNA SU

*****************************************************************************************************************************************

15 - IL CASO SINDONA

 Chi è Michele Sindona?

Originario di Patti (ME) diventa nel corso degli anni 60 uno dei più aggressivi banchieri del mondo.

Secondo Giulio Andreotti addirittura il “salvatore della Lira”.

La sua abilità fu quella di legare in un nodo inestricabile di affari quattro pilastri della società italiana: Potere Politico (democristiano), Vaticano, Massoneria e Mafia.

L’impero di Sindona (arriverà a controllare un numero incalcolabile di banche) comincia a scricchiolare nel 1974, con il fallimento della Franklin Bank e l’accusa di bancarotta mossagli dal governo americano.

Accusato di essere il mandante dell’omicidio Ambrosoli (il liquidatore di uno dei suoi istituti), per evitare l’arresto delle autorità d’oltreoceano, nel 1979 fugge in Sicilia dove resterà per circa due mesi.

Ricompare successivamente negli Stati Uniti inscenando un finto sequestro e con una ferita ad una gamba.

Condannato e poi estradato in Italia, morirà nel supercarcere di Voghera, sorseggiando caffè al cianuro.

Suicidio oppure omicidio?

Ma chi è stato veramente Michele Sindona?

In Sicilia, quella lontana estate del 1979, cerca alleanze e protezioni oppure è solo un prigioniero in ostaggio?

Come mai indagando proprio su Sindona la magistratura arriverà a scoprire la loggia P2 di Licio Gelli?

I segreti della mafia moderna, i misteri dei politici degli anni 80, gli enigmi delle stragi mafiose degli anni 90 nascono proprio da qui.

Il ritorno di Michele Sindona in Sicilia è sicuramente una delle pagine più oscure dell’Italia dei misteri e sulla quale poco o nulla è  stato fatto per gettarvi un po’ di luce.

E’ l’anno di svolta per Cosa Nostra, l’anno in cui nasce e si ramifica una nuova forma di mafia la stessa che, con ogni probabilità, ancora impera ai giorni nostri.

LA MORTE DI MICHELE SINDONA

Il 20 marzo 1986 è una giornata come le altre nel carcere speciale di Voghera.

Il finanziere Michele Sindona si è appena svegliato.

E’ sdraiato ancora sul letto della cella.

Gli agenti di custodia aprono il portellone, entrano e consegnano la colazione al banchiere siciliano. Il caffè è servito dentro una tazzina. Sindona si siede, apre il contenitore in acciaio e beve tutto d’un fiato. Sono le 8,30.

Un istante e Michele Sindona cade a terra gridando “Mi hanno avvelenato…..mi hanno avvelenato!”.

Gli agenti di custodia corrono nella cella e trovano Sindona riverso sulla sua branda.

Morirà il 22 marzo 1986 dopo 56 ore di agonia.

Nella tazzina di carta che contiene il caffè i periti troveranno tracce di cianuro, un veleno dalle caratteristiche asfissianti perché blocca l’afflusso di ossigeno al cervello.

Ma come è potuto giungere il veleno fin dentro la cella di Sindona?

Nella cella del supercarcere di Voghera, Sindona vive in assoluto isolamento, guardato a vista, giorno e notte, da 15 guardie.

Nessuna di loro sa qual è la propria missione, come previsto dal rigido regolamento del penitenziario.

La consegna dei pasti, colazione compresa, avviene seguendo un rituale complesso.

Solo poche persone, tutte identificabili, possono maneggiare le vivande che giungono in contenitori di acciaio chiusi da un lucchetto.

Michele Sindona fu condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli solo due giorni prima di bere la tazzina di caffè avvelenato.

Il 23 luglio 1987 la magistratura di Pavia archivierà la morte di Sindona con questa motivazione: il banchiere, uccidendosi, ha attuato una sorta di messinscena, quasi una vendetta postuma contro coloro che, dopo averne avuto ampi favori, lo avevano abbandonato al suo destino giudiziario.

Suicidio oppure omicidio?

Il mistero non è ancora stato risolto.                                                                                                             TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

16 - ULTRA' E VIOLENZA NEGLI STADI  Con il termine ultras (o più correttamente ultrà) si definisce il tifoso organizzato ..... Continua

*******************************************************************************************************************************************************************

17 - LA MORTE DI ROBERTO CALVI

Il 18 giugno 1982 a Londra, sotto il Blackfriars Bridge, viene trovato impiccato il banchiere italiano Roberto Calvi.

E’ l’epilogo di una travagliata avventura finanziaria, cominciata laddove era finita quella di un altro banchiere, Michele Sindona.

Ad accomunare i due, oltre all’iscrizione alla Loggia P2, erano le loro capacità professionali nel sistema dei mille incroci societari, la politica delle “scatole vuote” acquistate e poi rivendute.

Nel 1975 Roberto Calvi diventa presidente del Banco Ambrosiano.

Per impadronirsene completamente crea una rete di strutture ad hoc, formate da filiali alle Bahamas, holding in Lussemburgo, società pirata in centro-America e casseforti in Svizzera.

Nel corso degli anni Calvi crea così un impero, giovandosi soprattutto dei suoi legami piduisti e delle entrature di Somoza, un trafficante sudamericano, fino al finanziamento del sindacato cattolico polacco Solidarnosc, tanto caro a Giovanni Paolo II.

Ma il gioco delle scatole vuote di Roberto Calvi non dura a lungo.

Nel 1981, travolto dal fallimento del Banco Ambrosiano, Calvi viene arrestato.

Appena scarcerato fugge all’estero nel tentativo di salvare un impero in disfacimento.

Al suo rientro in Italia stringe contatti con il Vaticano attraverso lo IOR di Monsignor Paul Marcinkus, che si sviluppa a dismisura e diventa punto nodale non solo del riciclaggio di soldi sporchi della criminalità organizzata, ma anche per operazioni internazionali di vario spettro come il traffico d’armi per la guerra delle Falkland-Malvine.

Tentò anche il ricatto politico, una operazione che però non gli riuscì.

Qualcuno gli legherà un cappio attorno al collo.

Il suo corpo verrà trovato penzolante dal traliccio di un ponte, macabra messinscena di un suicidio che in realtà è solo un altro delitto di potere.   TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

18 - IL CASO MATTEI

Enrico Mattei nacque nelle Marche nel 1906.

Non concluse gli studi ma, prima della Seconda Guerra Mondiale, fondò una azienda specializzata nella produzione di oli per l’industria.

Durante la guerra diventò partigiano e quando la guerra finì divenne commissario straordinario dell’Agip, un ente petrolifero creato dal fascismo: un’industria di stato completamente inutile.

Enrico Mattei aveva il compito di liquidare questa industria.

Nel 1949 però Mattei, nella zona di Cortemaggiore, trovò un giacimento di gas metano con piccole tracce di petrolio.

Qui cominciò la sua straordinaria carriera. Mattei raccontò alla stampa che a Cortemaggiore c’era il petrolio: le azioni dell’Agip in borsa andarono alle stelle, lui diventò presidente dell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) e il gas arrivò in tutte le case italiane.

Mattei capì che il futuro dell’Italia era nella sua autonomia di produrre energia.

Decise perciò di entrare in competizione con le “Sette Sorelle” ossia quelle grandi imprese petrolifere che avevano il monopolio mondiale del petrolio.

Cominciò allora ad avere contatti diretti con i paesi produttori di petrolio: trattò con la Libia per poter sfruttare il petrolio nel Sahara; finanziò i movimenti di liberazione dell’Algeria che combattevano contro la Francia e firmò contratti con la Tunisia e il Marocco.

Propose a Iran ed Egitto accordi molto vantaggiosi che permisero a questi paesi di avere un profitto altissimo sullo sfruttamento del loro petrolio.

Viaggiava continuamente, cercava e trovava all’estero il petrolio che non c’era in Italia.

Naturalmente i paesi produttori vedevano in Mattei un amico e preferivano trattare con lui invece che con altre compagnie.

All’inizio degli anni 60 Mattei fece accordi con la Russia e cominciò ad avere contatti anche con la Cina.

Per portare avanti il suo progetto finanziò (e corruppe!) i partiti politici italiani che potevano aiutarlo in quanto disponeva di moltissimo denaro.

Il 27 ottobre 1962, mentre tornava a Milano da un viaggio in Sicilia, il suo aereo privato cadde ed Enrico Mattei morì.

L’inchiesta della polizia concluse che era stato un incidente.

Ma fu davvero un incidente?

Mattei fu l’unica persona al mondo che osò sfidare le potentissime Sette Sorelle del petrolio per cui è molto probabile (se non certo) che è stato assassinato!

Il suo caso fu insabbiato e i testimoni messi a tacere.

Mattei era un uomo che dava molto fastidio.

La sua strategia era volta a spezzare il monopolio delle potenze petrolifere non soltanto per il tornaconto dell’ENI ma anche per stabilire rapporti nuovi tra i paesi industrializzati e i fornitori di materie prime.

Una strategia semplicemente inaccettabile per le grandi compagnie petrolifere che si spartivano le ricchezze del mondo.

Dall’inchiesta della Procura di Pavia, riaperta a metà degli anni ’90, risultò inoltre evidente che l’insabbiamento di quel crimine fu diretto dai vertici dei servizi.

Per il sostituto procuratore che era a capo delle indagini il fondatore dell’ENI fu “inequivocabilmente” vittima di un attentato.

L’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ENI.

L’esplosione che abbattè il bimotore su cui viaggiavano Mattei, il pilota e un giornalista americano, fu causata da una bomba collocata nel carrello d’atterraggio del velivolo.

Anche l’inchiesta del 1962 conclusasi con la dichiarazione di impossibilità di “accertare la causa del disastro”, fu in realtà un mostruoso insabbiamento.

Chi ha sabotato l’aereo? Chi sono i mandanti?

E’ probabile che vi siano responsabilità di uomini inseriti nell’ENI e negli organi di sicurezza dello Stato.

Attraverso una ricostruzione minuziosa del caso fu stabilito che Mattei era riuscito ad aprire un dialogo anche con la Casa Bianca ed era riuscito a far capire all’amministrazione Kennedy che tutto ciò che lui desiderava era essere trattato alla pari delle altre compagnie.

Kennedy accettò il dialogo e fece pressioni su una compagnia petrolifera, la Exxon, per concedere all’ENI i diritti di sfruttamento.

L’accordo sarebbe stato celebrato con la visita di Mattei a Washington, dove avrebbe incontrato il presidente americano.

Alla vigilia di quel viaggio Mattei fu assassinato e, un anno dopo, fu ucciso anche Kennedy.

Non è una esagerazione asserire che il successo della politica “matteista” rappresentava la distruzione del sistema libero petrolifero in tutto il mondo e quindi, in un modo o in un altro, Mattei andava eliminato.                                         TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

19 - LA MAFIA

Per analizzare questo delicato argomento ho scelto, e credo di aver fatto la cosa giusta, un articolo scritto da Giovanni Falcone e pubblicato dal quotidiano “L’Unità” il 31 maggio 1992 e cioè otto giorni dopo la strage di Capaci. Leggi tutto

*******************************************************************************************************************************************************************

20 - La 'ndrangheta

La ‘ndrangheta ebbe origine in Calabria ed esiste almeno sin dall’unificazione dell’Italia.

Oggi gli affiliati sarebbero circa 6.000 ossia un mafioso ogni 345 abitanti.

La parola ‘ndrangheta viene dal greco andragatos “uomo coraggioso”.

“Onorata società” è la definizione più comune a livello popolare, anche se poco usata negli atti giudiziari, ed è quella che meglio indica il nucleo culturale attorno al quale è costruita la struttura dei gruppi mafiosi calabresi.

I mafiosi devono essere innanzitutto uomini d’onore, in grado cioè di tutelare l’onore della donna e di vendicare un’offesa ricevuta.

L’onore del mafioso e della famiglia ruota intorno alla figura della donna: a quest’ultima è impedita l’affiliazione ma è assegnato un ruolo di primo piano nel retroscena delle famiglie mafiose e nella socializzazione e trasmissione di regole e valori tipici del comportamento mafioso.

Dall’Unità fino al periodo fascista la “preistoria” della ‘ndrangheta non è dissimile da quella della mafia siciliana: le attività furono essenzialmente quelle di proteggere gli interessi dei grandi proprietari terrieri e di sfruttare al massimo le condizioni di subalternità dei contadini.

Già ai primi del novecento la ‘ndrangheta si presentò come un’associazione organizzata gerarchicamente, fortemente radicata nel territorio e con dei riti di iniziazione.

A partire dagli anni 1922-23 la repressione fascista colpì anche la ‘ndrangheta con l’arresto di centinaia di adepti in tutta la regione.

La repressione venne chiamata la “chiusura delle vallate” in quanto il metodo più spesso utilizzato dai carabinieri fu di circondare e chiudere le vallate impedendo ogni via d’uscita.

La trasformazione della ‘ndrangheta in organizzazione criminale potente e moderna si verificò grazie all’opportunità, per alcune cosche calabresi, di espandere la sfera degli interessi territoriali ed economici nel settore pubblico con la realizzazione di alcune grandi opere pubbliche a partire dagli anni ’50:

- Il raddoppio del binario ferroviario della tratta Sapri/Reggio Calabria;

- La costruzione del quinto centro siderurgico e della centrale elettrica nella piana di Gioia Tauro;

- I progetti per lo sviluppo della base NATO di Crotone.

Per realizzare questa trasformazione ci volle però una precisa coincidenza di circostanze: una notevole liquidità di capitali, la forza dell’intimidazione ed il patrocinio politico.

La saldatura tra ‘ndrangheta e potere amministrativo, necessaria perché le cosche potessero partecipare alle gare per gli appalti pubblici, si verificò attraverso tre tipi di relazione:

1 – rapporto di scambio voti-favori;

2 – rapporti economici tra uomini politici dei partiti di governo e ‘ndrangheta;

3 – ingresso di uomini legati alla ‘ndrangheta nella competizione politica e nelle liste elettorali.

La ‘ndrangheta non solo riuscì a partecipare ai grandi progetti di ristrutturazione attraverso imprese locali, ma riuscì anche ad imporsi sul settore delle grandi imprese nazionali pubbliche e private.

Per appropriarsi delle attività economiche, si aprì una guerra feroce tra i clan Inerti-Condello e De Stefano-Libri Tegano che portò, nella seconda metà degli anni ’80, ad un tasso di omicidi più che doppio rispetto alla media nazionale.

Nella sola provincia di Reggio Calabria, tra il 1985 ed il 1989, si verificarono circa 400 omicidi e le probabili cause furono gli appalti pubblici attorno a Villa San Giovanni in vista della costruzione del ponte sullo stretto di Messina e la lotta per il dominio del mercato della droga.

Come abbiamo già accennato, le cosche calabresi hanno avuto rapporti con esponenti di diverse forze politiche.

Nell’immediato dopoguerra, grazie ai contatti avuti nelle carceri, con detenuti comunisti e socialisti; ma già negli anni ’50 con la DC e, più recentemente, con il Psi.

Gli organi inquirenti hanno anche rilevato legami, emersi già agli inizi degli anni ’70, con la destra eversiva vicina al Msi.

La massoneria occulta ha inoltre costituito il luogo di incontro e di congiunzione tra ‘ndrangheta ed esponenti del sistema burocratico-istituzionale.

Per rendere più fruttuosi questi rapporti i capi delle principali cosche sono entrati a far parte direttamente della massoneria.

La struttura reticolare della ‘ndrangheta ne favorisce la diffusione ed il radicamento in aree non tradizionali.

Infatti la ‘ndrangheta è l’organizzazione mafiosa più presente nel Nord Italia (soprattutto Piemonte e Lombardia) nonché all’estero (Canada, Stati Uniti, Australia, Francia, Germania e alcuni paesi dell’Europa dell’Est).                                 TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

21 - LA CAMORRA

La parola Camorra compare per la prima volta nel 1735 nel significato di “gioco” o meglio, “tassa a favore di coloro che proteggono impedendo risse e violenze”.

Come organizzazione nacque agli inizi dell’800 a Napoli ed entrò a pieno titolo nella storia quando, nel 1860, gli uomini della Camorra furono invitati dal prefetto di Napoli a svolgere compiti di polizia e a garantire l’ordine pubblico.

Benchè questo ruolo sembri essere “istituzionale” per la Camorra, l’elevazione al potere durò poco e i camorristi furono incarcerati pochi mesi dopo tali servizi.

La Camorra si distingue dalla mafia siciliana per due importanti caratteristiche e cioè che nasce come fenomeno prevalentemente urbano e rimane tale anche quando, a partire dal dopoguerra, si sposta nelle campagne.

Inoltre è l’unico gruppo di criminalità organizzata ad avere caratteristiche di massa.

La storia della Camorra è quella di una organizzazione che rimane in fase predatoria, un raggruppamento mercenario subalterno al potere dominante il cui obiettivo è di guadagnare la mobilità sociale attraverso la violenza.

Le cosche della Camorra funzionarono come arbitri all’interno di una grande area illegale.

Per dirla con le parole della Commissione parlamentare antimafia “La Camorra non contrappone un ordine alternativo a quello dello Stato ma governa il disordine sociale”.

La nuova Camorra, per interderci quella degli anni ’70, fu una creatura di Raffaele Cutolo, il quale governò l’illegalità diffusa sul territorio napoletano attraverso le estorsioni ed il contrabbando di sigarette.

Alla fine del decennio, davanti alla prepotenza dei clan che facevano capo a Lorenzo Nuvoletta e Antonio Bardellino della fazione “Nuova Famiglia” affiliata a Cosa Nostra, Cutolo cercò di ristrutturare la “Nuova Camorra Organizzata” in grado di salvaguardare la sua fetta di mercato storico del contrabbando delle sigarette e quella dei nuovi mercati di eroina e cocaina.

Il mercato della droga fu un passaggio importante nella storia della criminalità organizzata e, come sempre in questi casi, fu segnato da una guerra feroce che durò dal 1977 al 1983 provocando 1500 morti.

All’accumulazione del capitale dei proventi della droga si aggiunsero due avvenimenti straordinari che permisero il salto di qualità.

Il primo fu il terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia che uccise 2735 persone e ne ferì quasi 9000.

La camorra comprese subito che il terremoto poteva trasformarsi in un grande affare giocato sulla ricostruzione sia edilizia che della viabilità.

Il secondo avvenimento cruciale avvenne nell’aprile 1981 con il rapimento da parte delle Brigate Rosse del democristiano Ciro Cirillo, Assessore regionale all’urbanistica, Presidente del comitato per la ricostruzione ed ex Presidente della giunta regionale.

Protagonisti delle trattative per la liberazione di Cirillo furono esponenti della DC, personaggi di alto grado del SISMI (i servizi segreti militari), la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e alcuni detenuti considerati vicino all’ambiente brigatista.

Costoro serviranno da tramite tra Cutolo ed i carcerieri di Cirillo.

In cambio della sua mediazione Cutolo si prefiggeva tre obiettivi:

1 – una sua forte legittimazione nell’ambiente carcerario;

2 – favori e profitti per le sue imprese camorristiche nella concessione degli appalti e nei lavori per la ricostruzione;

3 – agevolazioni giudiziarie per sé e per i suoi.

Nel mese di luglio Cirillo fu rilasciato dietro il riscatto di 1 miliardo e 400 milioni di lire.

Cutolo, in mancanza dell’atteso riconoscimento per il servizio reso al partito, cominciò a ricattare alcuni esponenti DC i quali si rivolsero ai rivali di Cutolo e cioè il clan Alfieri-Galasso.

Ma Cutolo fu arrestato e trasferito nell’isola-carcere dell’Asinara.

A partire dal 1983 il clan Alfieri riuscì ad ottenere protezione fisica, politica ed economica proprio da quel gruppo politico che si era rivolto a loro.

Nel 1994 la Campania deteneva il triste primato per il numero di parlamentari per i quali era stato richiesto il rinvio a giudizio per collusioni mafiose.

La Camorra di Alfieri fu in grado di riciclare i profitti delle tangenti, delle estorsioni, del traffico di stupefacenti, della prostituzione, dei giochi d’azzardo e della nuova industria dello smaltimento dei rifiuti tossici attraverso una infinità di imprese apparentemente legali, raggiungendo un fatturato di circa 1500 miliardi di lire l’anno.

Nel frattempo, a dieci anni dal terremoto, 28572 senzatetto vivevano ancora in roulottes, prefabbricati o in altri alloggi temporanei, 107 aziende industriali, finanziate dai fondi per la ricostruzione post-terremoto, non erano entrate in produzione e i 7539 posti di lavoro promessi non erano stati creati.          TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

22 - IL TERRORISMO

La parola terrorismo comparve per la prima volta nel 1798 nel “Dizionario dell’Accademia francese” ma il suo significato non corrisponde a quello odierno.

Allora si intendeva l’abuso del potere rivoluzionario, oggi l’attività delittuosa finalizzata al sovvertimento dell’ordine politico e sociale.

Non esiste una definizione di terrorismo né nella legislazione italiana né, tanto meno, in quella internazionale in quanto manca una visione comune nel delineare e definire quali siano gli atti terroristici.

Dopo l’11 settembre si è riunita l’assemblea delle Nazioni Unite dove sono emersi dei contrasti proprio a proposito della sua definizione.

Tale difficoltà si relaziona ad una questione pratica in quanto se non si sa cosa sia il terrorismo, non si sa neanche chi sono i nemici e quindi, conseguentemente, come batterli.

Basti pensare come, nello statuto dei crimini contro l’umanità, manca il terrorismo proprio per la questione sopra citata.

Nel 1973 per l’attentato di Fiumicino furono arrestati i responsabili: un gruppo composto da libanesi, egiziani e libici. Successivamente essi si rifugiarono in Egitto dove furono accolti come eroi internazionali e furono date loro sia l’impunità che l’immunità.

Anche l’Italia, per ragioni di stato, ha spesso concesso asilo politico a molti terroristi. Questo ha fatto si che gli organismi internazionali ci considerassero un paese blando e non impegnato nella lotta contro il terrorismo.

Il terrorismo si divide in Interno e Internazionale.

Quello interno è terrorismo di stato e rivoluzionario; quello internazionale è il terrorismo indipendentista o separatista.

Il terrorismo interno ha assunto dei momenti rilevanti dopo la seconda guerra mondiale soprattutto in Israele e in Algeria anche se non tutti i paesi manifestano una forma uguale di terrorismo: in alcuni infatti vi sono manifestazioni meno cruente rispetto ad altre.

Il terrorismo indipendentista è l’espressione sotto la quale si riconducono coloro che lottano per la formazione dello stato nazionale. E’ un movimento che mira a liberarsi dall’oppressione coloniale e a costituire uno stato indipendente.

Attualmente si conoscono altri due tipi di terrorismo: il Cyberterrorismo e il Terrorismo Transnazionale.

Per cyberterrorismo si intende l’attività volta alla distruzione o al danneggiamento di sistemi informatici quali banche dati o sistemi di comunicazione di massa avvalendosi di metodiche proprie della criminalità informatica.

Il terrorismo transnazionale è quello che preoccupa di più, tanto che le Nazioni Unite hanno predisposto una lista delle organizzazioni che i singoli paesi considerano terroristiche.

Gli appartenenti a queste organizzazioni hanno imparato a conoscere bene le normative esistenti nei vari stati europei potendo così scegliere dove compiere le loro attività e quali.

Etimologicamente l’atto terroristico può essere considerato come un comportamento umano lesivo dell’incolumità fisica della persona che crea una paura diffusa nei confronti di un numero indeterminato di persone.

Il terrorismo è contraddistinto da due momenti: la finalità ideologica che lo motiva e la finalità politica che si prefigge.

OSAMA BIN LADEN

E’ il terrorista, diciamo così, più conosciuto.

E’ uno sceicco saudita di origine yemenita che ha fondato e dirige il “Fronte islamico internazionale per la Jihad contro gli ebrei ed i crociati”, una organizzazione integralista transnazionale con base in Afghanistan.

Questa organizzazione è una sovrastruttura che indirizza le attività di altre organizzazioni. Passa attraverso il rovesciamento, con la violenza, dei regimi corrotti dall’influenza dell’occidente, con particolare riferimento all’Arabia Saudita, accusata di ospitare le basi militari degli americani durante la guerra del golfo. E’ la diretta emanazione della organizzazione denominata “Al-Qaida” tramite la quale Bin Laden, sin dalla metà degli anni ’80, ha fornito supporto logico e finanziario ai gruppi integralisti islamici.

Nel 1996 Bin Laden ha proclamato il “Fatwe” (parere giuridico-religioso) dove esortava i musulmani ad attaccare le truppe statunitensi e ad uccidere gli americani.

Osama ha una articolata rete di fiancheggiatori reclutati da musulmani della Costa d’Avorio, del Sudan, della Nigeria, del Senegal e della Mauritania, quasi tutti immigrati clandestini, allo scopo di infiltrarli nell’occidente e come attentatori nei confronti di obiettivi statunitensi, israeliani ed occidentali.                                  TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

23 - Le brigate rossE

Brigate Rosse è il nome di una organizzazione terroristica di estrema sinistra fondata nel 1970 da Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol.

Di matrice marxista-leninista, considerata come esempio di avanguardia rivoluzionaria ne fu il maggiore gruppo del secondo dopoguerra in Italia e nell’Europa Occidentale.

L’organizzazione fu smantellata grazie alla promulgazione di una legge dello Stato che concedeva cospiqui sconti di pena ai membri che avessero rivelato l’identità di altri terroristi.

Non esiste una data precisa di fondazione delle Brigate Rosse. Trattandosi di una organizzazione clandestina bisogna fare riferimento a quanto riportato anni dopo da coloro che vi fecero parte. In base ai racconti di Curcio e Franceschini, la decisione di intraprendere la “lotta armata” fu presa in un convegno tenutosi nell’agosto del 1970 in una località in provincia di Reggio Emilia. I primi nuclei brigatisti si formarono all’interno delle fabbriche milanesi della Pirelli e della Siemens.

Le prime azioni rivendicate dalla sigla “Brigate Rosse” risalgono appunto al 1970 e continuarono fino al 1982, anno in cui le BR (questa la loro abbreviazione) si scissero in diversi gruppi. Nel 1987 Renato Curcio e Mario Moretti, da alcuni anni in carcere, firmarono un documento in cui dichiaravano “conclusa” l’esperienza delle BR. Nonostante ciò, la denominazione “Brigate Rosse” ricomparve nel 1999 per rivendicare l’omicidio di Massimo D’Antona e poi di Marco Biagi.

Dal 1974 al 1988 le Brigate Rosse hanno rivendicato 86 omicidi. La maggior parte delle vittime erano Agenti di Polizia e Carabinieri, magistrati e uomini politici. A questi vanno aggiunti i ferimenti, i sequestri di persona e le rapine compiute per finanziare l’organizzazione.

Secondo fondatori e dirigenti, le Brigate Rosse dovevano indicare il cammino per il raggiungimento del potere, l’instaurazione della dittatura del proletariato e la costruzione del comunismo anche in Italia. Tale obiettivo doveva realizzarsi attraverso azioni politico-militari e documenti di analisi politica detti “risoluzioni strategiche”, che indicavano gli obiettivi primari e le modalità per raggiungerli.

L’organizzazione terroristica comprendeva tre distinte anime. Esisteva un’ala marxista a cui apparteneva Franceschini, un’ala sindacalista militante il cui rappresentante di spicco fu Moretti e un’ala catto-comunista che aveva gli esponenti più noti in Curcio e nella Cagol.

PERIODO 1970-1974: tra il 1970 e il 1974 le BR agirono prevalentemente con piccoli gruppi che operavano all’interno delle fabbriche in modo spesso clandestino. Oltre a diffondere le proprie idee, prendono di mira quadri e dirigenti aziendali incendiandone le auto o realizzando brevi sequestri.

PERIODO 1974-1980: il 17 giugno del 1974, a Padova, le BR commisero il primo duplice omicidio. Nel corso di una incursione nella sede dell’MSI furono uccisi Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola. Il nucleo veneto gestì l’evento, rivendicandolo all’interno della pratica dell’antifascismo militante.

Particolare rilevanza riveste questa fase il cui culmine è l’eccidio di Via Fani con il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione di tutti i membri della sua scorta. Moro resterà prigioniero per 55 giorni e verrà assassinato il 16 marzo 1978.

L’uccisione di Moro segna il momento più critico dei rapporti del gruppo terrorista con la sinistra extraparlamentare a cominciare con Lotta Continua che professava l’equidistanza dal terrorismo e dallo Stato. Inoltre, alla DC la morte di Moro frutterà il distacco elettorale dal PCI.

Si aprirono così le prime crepe nell’edificio monolitico delle BR. Alcuni terroristi, contrari all’uccisione di Moro e alla campagna di sangue in corso, abbandonarono il movimento la cui unità venne meno tra il 1979 e il 1980: va in frantumi il fronte unitario e la capacità di agire a livello nazionale.

Ma, mentre le BR iniziavano a vivere travagli interni con fuoriuscita di militanti e perdita di appoggi, continuava inesorabile la loro campagna di uccisioni.

Viene colpito mortalmente il consigliere provinciale Italo Schettini; viene ucciso il colonnello dei Carabinieri Antonio Varisco; viene assassinato Vittorio Bachelet, professore ordinario di Diritto Pubblico alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma; a Mestre viene assassinato Alfredo Albanese, dirigente della Digos di Venezia; a Napoli viene ucciso il consigliere regionale democristiano Pino Amato; a Milano viene ucciso il giornalista Walter Tobagi.

Come sopra descritto il movimento delle BR fu decimato negli anni ottanta, dopo la cattura di Senzani, Savasta, della Balzerani e di Antonino Fosso.

Lo smantellamento dell’apparato terroristico si conclude nel 1989 quando vengono letteralmente distrutte le ultime due cellule operanti a Napoli e a Parigi.

Nel 1989 i processi per il rapimento di Cirillo e per l’omicidio di Ruffilli condannavano all’ergastolo l’ultimo drappello di terroristi catturati.

In Italia si discute ancora intorno alla sopravvivenza di questa organizzazione o ad una sua possibile ricostituzione, dal momento che negli ultimi anni sono stati compiuti atti terroristici da parte di persone che si sono richiamate alle BR e ne hanno assunto il nome e le insegne.              TORNA SU 

*******************************************************************************************************************************************************************

24 - IL CASO MORO

Sono stati, e sono destinati a restare, i 55 giorni più misteriosi dell’intera storia dell’Italia repubblicana.

Ancora oggi, a distanza di più di trent’anni, soltanto a rievocare il caso Moro vuol dire prepararsi ad entrare in un ramificato tunnel di segreti e interrogativi, di domande senza risposta e di inconfessabili trame.

Il tempo che corre non solo ci allontana dalla completa verità sulla strage di Via Fani, la lunga detenzione di un uomo politico di primo piano e la sua orrenda fine, ma rende tutto più complesso.

Il trascorrere degli anni che sempre più ci fa apparire lontano quel tragico evento, anziché semplificare il quadro di insieme della vicenda, tende ad aggiungere nuovi tasselli ad un mosaico che appare ormai infinito.

Aldo Moro, presidente della DC, personaggio centrale della politica italiana, viene sequestrato da un commando delle Brigate Rosse il 16 marzo 1978 in Via Fani a Roma, alla vigilia del voto parlamentare che avrebbe dovuto sancire l’ingresso del partito comunista nella maggioranza di governo.

Per rapirlo la sua scorta, composta da cinque uomini, viene sterminata.

Il gruppo armato che si impadronisce di Moro afferma di volerlo processare per processare tutta la Democrazia Cristiana, forse non rendendosi conto di aver gettato sulla scena politica nazionale una bomba ad alto potenziale.

I 55 giorni in cui Moro sarà detenuto in un “carcere del popolo” apriranno infatti una serie di enormi contraddizioni in seno all’intera classe politica italiana.

La fine di Moro è nota: il 9 maggio 1978 Mario Moretti, capo dell’organizzazione armata, lo ucciderà “eseguendo la sentenza”, così come scritto nell’ultimo comunicato delle BR.

Quel colpo di pistola, con tanto di silenziatore, risulta assordante ancora oggi.                                                    TORNA SU 

*******************************************************************************************************************************************************************

25 - LA BANDA DELLA MAGLIANA

Banda della Magliana è il nome attribuito a quella che è considerata la più potente organizzazione criminale che abbia mai operato a Roma.

Il nome deriva da quello del quartiere Magliana nel quale risiedevano molti dei componenti.

A questo gruppo criminale vennero attribuiti legami con diversi tipi di organizzazioni quali Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta ma anche con esponenti del mondo della politica, della massoneria come Licio Gelli e la Loggia P2, nonché con esponenti dell’estrema destra, quali il professor Aldo Semerari ed alcuni componenti dei NAR, con i servizi segreti ed anche con settori della finanza vaticana (IOR).

Questi legami hanno fatto balzare il gruppo alle cronache storiche degli anni di piombo, legandone le sorti ad alcuni casi della cronaca nera italiana:

-         Omicidio di Mino Pecorelli;

-         Attentato a Roberto Rosone;

-         Caso Roberto Calvi;

-         Ritrovamento di un arsenale nei sotterranei del Ministero della Sanità;

-         Depistaggi nell’inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna.

Inoltre, i rapporti di alcuni componenti con la scomparsa di Emanuela Orlandi e il misterioso attentato a Giovanni Paolo II, furono solo alcuni dei fatti per cui la Banda della Magliana è passata al vaglio degli investigatori.

Come si è visto la banda aveva così tanti legami che ancora oggi si fa fatica a chiarire in modo preciso chi vi ha collaborato.

NASCITA DELLA BANDA

Nel 1976 Franco Giuseppucci (detto er Negro) è un piccolo criminale del quartiere di Trastevere, che nasconde e trasporta armi per conto di altri criminali. Un giorno, con l’auto carica di armi, si ferma davanti ad un bar per fare colazione e l’auto gli viene rubata insieme alle armi contenute nel bagagliaio che appartenevano ad un suo amico, Enrico De Pedis detto Renatino, un rapinatore di Trastevere che godeva di una buona reputazione in seno alla malavita romana.

Giuseppucci riesce a scoprire l’autore del furto ma le armi sono già state vendute ad un gruppo di rapinatori che opera nel quartiere romano della Magliana; Giuseppucci decide allora di andarci a parlare e si reca nel bar da loro frequentato sito in Via Chiabrera. Qui trova Maurizio Abbatino detto Crispino, un giovane rapinatore responsabile dell’acquisto delle armi. I due si accordano per compiere alcuni colpi e nel gruppo rientrano anche De Pedis e alcuni complici di Abbatino.

Da semplice associazione di delinquenti il patto prende la forma di una potenziale organizzazione per il controllo delle attività criminose nella capitale, nella quale iniziano a lavorare anche criminali di altre zone.

Nasce così la Banda della Magliana.

LA CONQUISTA DEL POTERE

Le ragioni per le quali un gruppo , disomogeneo e sostanzialmente poco numeroso, riuscì a raggiungere per la prima volta il controllo delle attività criminali di una metropoli come Roma è da ricercarsi essenzialmente nei metodi utilizzati dalla Banda della Magliana, primo fra tutti l’omicidio.

L’omicidio nella malavita romana non era frequente ma la Banda della Magliana introdusse la pratica sistematica dell’eliminazione fisica degli avversari.

“Eravamo i più potenti perché eravamo gli unici che sparavano”

La crescita della Banda della Magliana avvenne in modo molto rapido e, in poco tempo, le attività si espansero ai sequestri di persona, al controllo del gioco d’azzardo e delle scommesse ippiche ma, soprattutto, al traffico di droga, attività per cui era necessario avere un controllo capillare del territorio; la banda infatti, oltre che alla Magliana, si estese nelle zone di Trastevere-Testaccio, Portuense-Monteverde-Gianicolense, Acilia-Ostia, Tufello e Alberone.

ORGANIZZAZIONE

Nella Banda della Magliana, a differenza di altre organizzazioni criminali, non era presente la figura di un “capo” conclamato. La struttura era la costituzione e l’unione di diversi gruppi, ognuno responsabile della propria zona e disponibile a dividere i proventi delle singole attività con gli altri gruppi della città. I vari componenti della banda, nonostante fossero molto ricchi, continuarono a partecipare personalmente alle attività criminali, rimanendo sostanzialmente degli operai del crimine.

IL DECLINO

Il primo, grave contraccolpo all’organismo della Banda avvenne agli inizi degli anni ottanta, quando si sviluppò una sanguinosa faida all’interno della malavita romana con il clan criminale della famiglia Proietti detta “La Banda dei Pesciaroli”.

Vittima eccellente di questa guerra fu proprio l’ideatore della Banda della Magliana e cioè Franco Giuseppucci ucciso a Trastevere nel 1980 con un colpo di pistola.

All’inizio la morte di Giuseppucci fu un pretesto per scatenare una guerra contro il clan dei pesciaroli, guerra che segnò però l’inizio della disgregazione della Banda: da quel momento i due gruppi prevalenti (i Testaccini di Abbruciati a De Pedis e quelli della Magliana di Abbatino) entrarono in una fase di continua tensione.

Infatti, mentre Maurizio Abbatino e Nicolino Selis iniziano a litigare per raccogliere l’eredità di Giuseppucci, Danilo Abbruciati ed Enrico De Pedis iniziarono a stringere rapporti molto più stretti con Cosa Nostra.

Il risultato fu che la struttura della Banda della Magliana si sfaldò fino ad innescare una vera e propria faida al proprio interno.

Colpita al cuore dagli omicidi e dal lavoro della magistratura la Banda della Magliana si avviò verso il tramonto: mentre De Pedis andava incontro al suo tragico destino (fu assassinato nel 1990) con le defezioni di Abbatino e di Antonio Mancini si segnalarono i primi casi di pentitismo.

Grazie al pentimento di Abbatino, espulso dal Venezuela dove si era rifugiato e riportato in Italia, nel 1993 scatta una gigantesca operazione di polizia che vede il fermo di 55 persone, decimando così la più feroce holding criminale che Roma abbia mai conosciuto.

Secondo diverse opinioni la Banda della Magliana è ancora attiva nonostante gli arresti e i morti.

Antonio Mancino ha affermato che: “La Banda della Magliana esiste ancora. Ha usato e continua ad usare i soldi di chi è morto e di chi è finito in galera. E non ha più bisogno di sparare”.

Della stessa opinione è il generale dei carabinieri Tomasone secondo cui la banda è ancora attiva ma ha cambiato abitudini e modo di agire. TORNA SU

-    

*******************************************************************************************************************************************************************

      26 - LA SCOMPARSA DI EMANUELA ORLANDI

Emanuela Orlandi è una cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, scomparsa in circostanze misteriose il 22 giugno 1983 all’età di 15 anni.

Quella che all’inizio poteva sembrare la normale sparizione di una adolescente divenne presto uno dei casi più oscuri della storia italiana che coinvolse lo Stato Vaticano, lo Stato Italiano, lo IOR, la Banda della Magliana, il Banco Ambrosiano e i servizi segreti di diversi Stati, in un intreccio che ancora oggi non è stato completamente districato.

Alla scomparsa di Emanuela è stata collegata la sparizione di un’altra adolescente, Mirella Gregori, anche lei quindicenne, scomparsa il 7 maggio 1983 da Roma e mai più ritrovata.

Emanuela Orlandi frequentava una scuola di musica in Piazza Sant’Apollinare a Roma.

Il giorno della scomparsa incontrò uno sconosciuto, alla guida di una BMW verde, che le offrì un lavoro di vendita di cosmetici per la Avon pagato esageratamente (circa 375.000 lire dell’epoca!).

Emanuela rispose che prima di accettare avrebbe dovuto chiedere il permesso ai genitori.

Verso le 19, dopo essere uscita dalla lezione, telefonò a casa per riferire la proposta che le era stata fatta: parlò con la sorella la quale le disse di tornare subito a casa per discuterne con la madre. Questo fu l’ultimo contatto che Emanuela ebbe con la famiglia.

Dopo la telefonata, Emanuela si confidò con una amica, Raffaella Monzi che, verso le 19,30, la accompagnò alla fermata dell’autobus. Poco dopo Emanuela fu vista da un vigile urbano, in servizio davanti al Senato, al quale chiese dove si trovava la Sala Borromini.

Il vigile riferì alle forze dell’ordine che la ragazza era in compagnia di un uomo alto circa 175 cm., sui 35 anni, snello, con in mano una valigetta e una BMW scura sulla quale fu vista salire la ragazza.

Dall’identikit che fu tracciato, si notò la somiglianza con Enrico De Pedis, membro della Banda della Magliana ma la cosa, stranamente, non ebbe seguito.

Poiché le forze dell’ordine avevano inizialmente pensato ad una scappatella, le prime ricerche furono condotte autonomamente dalla famiglia.

Da quel momento cominciarono ad arrivare alla famiglia Orlandi una serie di telefonate, molte non attendibili ma parecchie preziose per i familiari in quanto riferivano di particolari che soltanto chi conosceva la ragazza poteva sapere come ad esempio il fatto che suonasse il flauto, era astigmatica e si vergognava di portare gli occhiali.

Il 3 luglio 1983 il Papa di allora, Giovanni Paolo II, rivolse un appello ai responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi, ufficializzando per la prima volta l’ipotesi del sequestro.

Il 5 luglio giunse una chiamata alla sala stampa vaticana. Un uomo, ribattezzato dalla stampa “l’Amerikano”, affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi. Chiamava in causa Mehmet Ali Agca, l’uomo che aveva sparato al Papa un paio di anni prima, chiedendo un intervento del Pontefice affinchè venisse liberato.

Il 17 luglio venne fatto ritrovare un nastro in cui si sentiva la voce di una ragazza che implorava aiuto.

In totale, le telefonate dell’Amerikano furono 16 ma l’uomo, che non fu mai rintracciato, non aprì nessuna reale pista.

In un comunicato del 20 novembre 1984 i Lupi grigi dichiararono di custodire nelle loro mani entrambe le ragazze.

Secondo alcuni giornali l’identikit dell’Amerikano corrisponderebbe a monsignor Paul Marcinkus, che all’epoca era presidente dello IOR, la banca vaticana: gli specialisti del SISDE ritennero affidabili alcuni messaggi pervenuti alla famiglia che riguardavano una persona con una conoscenza approfondita della lingua latina, di cultura anglosassone molto elevata e con una conoscenza sia del mondo ecclesiastico che del Vaticano, oltre alla conoscenza approfondita di diverse zone di Roma.

Nel luglio del 2005, alla redazione del programma Chi l’ha visto? arrivò una telefonata anonima in cui si diceva che era necessario andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant’Apollinare. Si scoprì così che l’illustre defunto altri non era che il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis.

Dopo queste rivelazioni, una telefonata anonima diceva di chiedere informazioni in un bar di Via Montebello.

Il bar si rivelò appartenere alla famiglia di Mirella Gregori, l’altra ragazza scomparsa.

Nel 2006 una giornalista raccolse una intervista di Sabrina Minardi che tra il 1982 ed il 1984 ebbe una relazione con Enrico De Pedis.

Secondo la Minardi Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa ed il suo corpo gettato in una betoniera a Torvaianica.

Stando a quanto riportato dalla donna, il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente da Enrico De Pedis, su ordine di monsignor Marcinkus “come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro”.

Le dichiarazioni della Minardi hanno acquistato credibilità nell’agosto del 2008, a seguito del ritrovamento della BMW che la stessa Minardi ha raccontato di aver utilizzato per il trasporto di Emanuela Orlandi e che risulta essere appartenuta prima a Flavio Carboni, imprenditore coinvolto nel caso Roberto Calvi, e successivamente ad uno dei componenti della Banda della Magliana.

Il 21 novembre 2009 la Minardi raccontò che Emanuela Orlandi aveva trascorso i primi quindici giorni di prigionia a Torvaianica, nella casa di proprietà dei suoi genitori.

Il 2 febbraio 2010 il fratello di Emanuela, Pietro, ha incontrato Ali Agca dal quale ha ricevuto rassicurazioni sul fatto che Emanuela è viva e ritornerà presto a casa. Secondo l’ex Lupo grigio la ragazza è reclusa in una villa in Francia, ma presto sarà liberata.

Nel luglio del 2010 è stato dato dal Vicariato di Roma il via libera all’ispezione della tomba di Enrico De Pedis.

Secondo il giornalista Pino Nicotri, che si è occupato a lungo di questa vicenda, le presunte svolte nelle indagini e il coinvolgimento di organizzazioni criminali, non sarebbero da ricondursi a un complotto internazionale, ma obbedirebbero ad una catena di eventi opportunistici di cui le alte sfere vaticane si sarebbero servite per insabbiare la scabrosa vicenda.                             TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

27 - L’ATTENTATO A GIOVANNI PAOLO II

Il 13 maggio 1981 Papa Giovanni Paolo II subì un attentato da parte di Mehmet Ali Agca, un killer professionista turco che gli sparò due colpi di pistola.

Pochi minuti dopo essere entrato in Piazza S.Pietro per una udienza generale, mentre si trovava a bordo della sua papa mobile scoperta, Karol Wojtyla fu ferito gravemente all’addome e all’indice della mano destra da due proiettili sparati da Ali Agca.

Soccorso immediatamente, fu sottoposto ad un intervento che durò circa 5 ore e mezza riuscendo a sopravvivere.

Due anni dopo, nel Natale del 1983, Giovanni Paolo II volle andare in prigione per incontrare il suo attentatore e dargli il suo perdono.

I due parlarono da soli per lungo tempo e gli argomenti della loro conversazione sono tuttora sconosciuti. Il Papa disse dell’incontro: “Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui”.

L’attentatore venne in seguito condannato all’ergastolo dalla giustizia italiana per attentato a Capo di Stato estero.

Nel 2000 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli concesse la grazia: Ali Agca, estradato dall’Italia, fu condotto in un carcere di massima sicurezza in Turchia, nel quale finì di scontare la pena di dieci anni di reclusione per l’assassinio di un giornalista avvenuto nel 1979.

Ali Agca non ha mai voluto rivelare in modo chiaro la verità sugli eventi. Ha ripetutamente cambiato versione sulla dinamica della preparazione dell’attentato, a volte affermando addirittura di aver avuto aiuti per compiere l’assassinio del Papa all’interno del Vaticano.

Le lunghe indagini non portarono mai alla scoperta dei veri mandanti dell’attentato.

La commissione Mitrokhin del Parlamento italiano analizzando documenti provenienti da Germania ed Ungheria, stilò una relazione di maggioranza secondo la quale l’attentato sarebbe stato progettato dal KGB in collaborazione con la Stasi, i servizi segreti della Germania Est che, a sua volta, si sarebbe rivolta ad un gruppo turco di estrema destra, i Lupi Grigi, dei quali faceva parte Agca.

Una relazione di minoranza della stessa commissione però negò questa tesi; tuttavia, altri documenti scoperti negli archivi sovietici e resi pubblici nel marzo 2005, supporterebbero la tesi che l’attentato sia stato commissionato dall’Unione Sovietica.

Le autorità bulgare si sono difese dichiarando che Agca lavorava per una organizzazione anti-comunista guidata dai servizi segreti italiani e dalla CIA.

La difesa delle autorità bulgare è in parte avvalorata dal fatto che i Lupi Grigi erano in effetti sostenuti dalla CIA e da altri servizi segreti occidentali.

Le motivazioni che avrebbero portato l’URSS a preparare l’attentato non sono state chiarite; probabilmente l’Unione Sovietica temeva l’influenza che un Papa polacco poteva avere sulla stabilità dei loro Paesi satelliti dell’Europa Orientale, in particolare la Polonia.

Tutte queste informazioni vanno considerate come ipotesi, perché a tutt’oggi non sono state comprovate le circostanze e le motivazioni dell’attentato.

Lo stesso Papa Giovanni Paolo II dichiarò nel maggio 2002, durante una visita in Bulgaria, di non aver mai creduto nella cosiddetta connessione bulgara.

                                                                                                                                                                                                             TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

28 - L’OMICIDIO DI PIER PAOLO PASOLINI

Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, regista e giornalista italiano nacque a Bologna il 5 marzo del 1922 e morì ad Ostia (Roma) il 2 novembre del 1975.

E’ internazionalmente considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo.

Dotato di una eccezionale versatilità culturale, si distinse in numerosi campi, lasciando contributi come poeta, romanziere, linguista, giornalista e cineasta.

Attento osservatore della trasformazione della società dal dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, suscitò spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi e della nascente società dei consumi italiana, ma anche nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti.

Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 Pasolini venne ucciso in maniera brutale: battuto a colpi di bastone e travolto con la sua auto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, località del comune di Roma.

Il cadavere massacrato venne ritrovato da una donna alle 6,30 circa. Sarà l’amico Ninetto Davoli a riconoscerlo.

L’omicidio fu attribuito ad un ragazzo di Guidonia, Pino Pelosi, di soli 17 anni che, prontamente, si dichiarò unico colpevole.

Secondo la propria versione egli avrebbe incontrato Pasolini presso la stazione Termini, il quale lo avrebbe invitato a salire sulla sua vettura per fare un giro insieme.

Dopo una cena offerta dallo scrittore i due si sarebbero diretti alla periferia di Ostia.

Stando alla dichiarazione del giovane, la tragedia sarebbe scaturita per delle presunte pretese di carattere sessuale di Pasolini alle quali Pelosi era riluttante, sfociando in un alterco che sarebbe degenerato fuori dalla vettura.

Lo scrittore avrebbe quindi minacciato Pelosi con un bastone del quale il giovane si sarebbe poi impadronito per percuotere Pasolini.

Il racconto dell’imputato presentava evidenti falle: il bastone di legno marcio non sarebbe potuto risultare un’arma contundente; una colluttazione fra i due fu esclusa a causa dell’assenza di ematomi e simili sul corpo dell’omicida.

Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio in concorso con ignoti e, nel dicembre del 1976, la condanna fu confermata dalla Corte d’Appello.

Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005 quando, nel corso di una intervista televisiva, affermò di non essere stato l’autore del delitto, dichiarando che sarebbe stato commesso da altre tre persone.

Nel dicembre del 2008 ha fatto i nomi dei suoi complici aggiungendo di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l’incolumità della propria famiglia.

Le circostanze della morte di Pasolini non sono, ad oggi, state chiarite.

Contraddizioni nelle deposizioni rese dall’omicida, un intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che lasciano aperte le porte a più di un dubbio.

Per lungo tempo l’opinione pubblica venne tenuta all’oscuro sugli sviluppi delle indagini e del processo, restando quindi del parere che fosse stato un delitto scaturito in circostanze sordide.

Due settimane dopo l’omicidio apparve su un giornale fiorentino un articolo della giornalista Oriana Fallaci, dove si ipotizzava una premeditazione ed un concorso di ignoti.

Dieci anni dopo i mezzi di informazione iniziarono a sostenere questa ipotesi, dipingendo il Pelosi come un “ragazzo di vita”, abitudinario della stazione Termini, rilevato da Pasolini come esca per una eventuale azione punitiva che aveva come mandanti avversari politici o malavitosi ai quali lo scrittore avrebbe fatto uno sgarbo per tentare di redimere dalla strada alcuni giovani.

A trent’anni dalla morte, assieme alla ritrattazione del Pelosi, emerge la testimonianza di un amico e collega di Pasolini, Sergio Citti, su una sparizione di copie del suo ultimo film “Salò” e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morirà alcune settimane dopo.

Una ipotesi molto più inquietante lo collega invece alla lotta di potere che prendeva forma in quegli anni nel settore petrolchimico tra ENI e Montedison, tra Enrico Mattei e Eugenio Cefis.

Pasolini, infatti, si interessò al ruolo svolto da Cefis nella storia e nella politica italiana facendone, insieme a Mattei, uno dei personaggi chiave di “Petrolio”, il romanzo-inchiesta al quale stava lavorando prima di morire.

Pasolini ipotizzò che Cefis avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali e, secondo alcune ipotesi giudiziarie, fu proprio per questa indagine che Pasolini fu ucciso.

Nel 2010 un avvocato e una criminologa hanno raccolto la dichiarazione di un nuovo testimone che potrebbe aprire nuove piste investigative. TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

29 - IL MASSACRO DEL CIRCEO

Il 27 settembre del 1975 Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, due ragazza romane, si incontrano con Carlo al quale avevano chiesto un passaggio in auto all’uscita dal cinema qualche giorno prima. Carlo (che non è il suo vero nome) appare alle ragazze, che vivono in un quartiere popolare, benestante e la vedono come una occasione per fare un salto di qualità. All’incontro il ragazzo arriva con due amici, Gianni Guido e Angelo Izzo, e il gruppo si accorda per andare ad una festa in una villa di Lavinio il lunedì successivo. I ragazzi arrivano all’appuntamento su una Fiat 127 (questo fantomatico Carlo non è presente, ci sono soltanto Guido e Izzo) e partono in direzione della villa. Le due ragazze però si rendono conto che qualcosa non funziona perché, oltre al fatto che Carlo non si presenta all’appuntamento, la villa non si trova a Lavinio bensì al Circeo. Arrivati sul posto la villa sembra deserta e le ragazze, spaventate, chiedono di essere riaccompagnate a casa. Guido e Izzo propongono loro un rapporto sessuale e, al rifiuto, scatta la violenza. I due carcerieri fanno i “duri” dicono di appartenere ad una banda criminale e di essere in attesa del loro capo che, in realtà, è il terzo amico Andrea Ghira. Rosaria e Donatella vengono sottoposte a violenze inaudite, sia sessuali che non. Rosaria viene picchiata fino allo svenimento, trascinata per casa e colpita in testa. Muore poco dopo. Donatella si salva perché finge di essere morta. Le due ragazze vengono stipate nel bagagliaio della 127 e portate a Roma. Guido, Izzo e Ghira sono convinti della morte di entrambe, parcheggiano l’auto e vanno in pizzeria. Dall’auto giungono i lamenti di Donatella che attirano l’attenzione dei passanti. Viene dato l’allarme e, all’arrivo dei carabinieri, l’auto viene aperta. L’immagine che si presenta è sconvolgente: due donne nude, coperte di sangue. Una è ancora viva. I carabinieri scoprono che l’auto è intestata a Raffaele Guido, il padre di Gianni. Guido è amico di Angelo Izzo che ha già una denuncia per violenza carnale e da lui risalgono ad Andrea Ghira. I tre ragazzi sono tranquilli, non sanno che Donatella è viva, all’ospedale, e che ha raccontato tutto. Vengono riconosciuti e arrestati tranne Andrea Ghira che si è reso irreperibile.

Nel luglio del 1976 inizia il processo a Latina. Sui tre ragazzi pendono accuse gravi: omicidio volontario, tentato omicidio, rapimento a fine di libidine, violenza carnale e detenzione di arma da fuoco. Gli avvocati difensori cercano di dimostrare l’infermità mentale di Izzo: la richiesta di perizia psichiatrica viene però respinta. Per circa una settimana il processo va avanti tra accuse e tentativi di screditare la Colasanti. Il processo si sposta sul luogo del misfatto ma in realtà si tratta di un sopralluogo. Izzo e Guido affermano che Ghira è innocente e affermano che quella notte al Circeo c’era anche un altro uomo del quale però non vogliono fare il nome. E’ un tentativo estremo di salvarsi che però non sortisce risultati infatti i tre vengono condannati all’ergastolo. Cinque anni dopo il processo d’Appello riduce la pena di Guido a trent’anni per aver dimostrato pentimento. Ghira scompare. Fu segnalato il Kenya ma nessuno riuscì a trovarlo. Guido fuggì dal carcere di San Gimignano ma venne arrestato due anni dopo in Argentina. Izzo diventò un collaboratore di giustizia e scontò la sua pena fino a maggio 2005 quando, uscito dal carcere, commise un duplice omicidio.

Vittima: Donna bianca di anni 19. Stato di conservazione del cadavere fresco. Presenza di sangue essiccato. Cadavere pressocchè integro, situato nel bagagliaio di un’auto e avvolto in una busta di plastica. Ha subito violenza sessuale totale. Le è stato iniettato del sonnifero. E’ stata picchiata più volte, in particolare in testa con una spranga di ferro. E’ morta annegata (probabilmente è stata immersa nella vasca da bagno). Al momento del ritrovamento il cadavere era nudo.

Caratteristiche vittimogene:

FUNGIBILITA’ – la vittima era infungibile (preferenziale) e partecipante (imprudente);

PREDISPOSIZIONI – sociali (status, condizioni economiche, rango);

ESPOSIZIONE A RISCHIO – imprudente;

CARATTERISTICHE VITTIMOLOGICHE – personali, stato di accessibilità, stato di vulnerabilità;

CARATTERISTICHE GRATIFICANTI – tipo preferenziale.

Trattasi di combinazione criminale (gli assassini sono tre).

Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira sono tre ragazzi ventenni della Roma bene. Frequentano due dei migliori licei classici della città. Di estrazione fascista sono figli di persone molto in vista. Il padre di Ghira è considerato il re delle impalcature metalliche, il padre di Izzo è un costruttore e la madre di Guido è figlia di un armatore. Sono tutti e tre ideatori ed esecutori del massacro. La scena del crimine è una così come il luogo (una villa di S.Felice Circeo). I tre esternano un odio nei confronti delle due ragazze di tipo misogino, con recriminazioni ideologiche contro le donne ed il ceto meno abbiente.

MACREV = è la matrice cronologica della ricostruzione dell’evento che credo di aver già fatto in apertura;

MOCO = si tratta delle otto fasi da percorrere per l’attuazione del progetto criminale:

Fase 1: scelta della vittima, in questo caso decisione di violentare ed uccidere le due ragazze, organizzazione del quando e dove, adattamento mentale ad effettuare il crimine

Fase 2: il momento del non ritorno. Deciso e fatto! Lo studio dei mezzi e degli strumenti da utilizzare, il momento dell’opportunità (quando agire)

Fase 3: analisi della vittima, dell’obiettivo inteso come superamento delle barriere difensive della vittima, predisposizione del luogo del crimine

Fase 4: messa in atto del piano con, in questo caso, sequestro di persona e omicidio ma soltanto dopo aver constatato il grado di vulnerabilità della vittima

Fase 5: attuazione dell’atto previa verifica della situazione

Fase 6: eventuale intervento sulla vittima con atti di sfregio e fuorviamento delle indagini (Donatella e Rosaria sono state abbandonate in auto in quanto convinti della morte di entrambe)

Fase 7: trasporto altrove della vittima (dal Circeo a Roma)

Fase 8: Presa distanza dal crimine (i tre dopo il massacro si recano in pizzeria)

MALMEV = individua il metodo, la strategia e le risorse del criminale e cioè ideazione del crimine, scelta del momento giusto, scelta dei punti vulnerabili della vittima, scelta del M.O., studio delle vie di fuga, rischi e punti deboli del progetto;

PROFILO 7 S = riguarda il modulo organizzativo dell’autore del crimine:

1 – Struttura (modalità organizzativa)

2 – Strategia (organizzazione del progetto criminale)

3 – Sistemi (strumenti e armi utilizzate)

4 – Stile (la firma del criminale)

5 – Staff (il numero dei partecipanti al crimine)

6 – Skills (capacità e abilità)

7 – Shared Values (valori prevalenti).                     TORNA SU

 *******************************************************************************************************************************************************************

30 - L’OMICIDIO DI SERENA MOLLICONE

Scene del crimine:

PRIMO SCENARIO – E’ l’azione di un soggetto erotomane oppure uno stalker. L’evento è senza una causa apparente. L’assassino si è accaparrato della vittima. Confeziona la salma con amore e rispetto;

SECONDO SCENARIO – La morte è sopraggiunta in seguito ad un litigio. E’ un gesto di microcriminalità. Serena è stata prelevata con uno stratagemma ed è stata uccisa per farla tacere. Le modalità di confezionamento del corpo ci portano a pensare che l’assassino abbia voluto sviare le indagini;

TERZO SCENARIO – Opera del branco. La morte potrebbe essere avvenuta per motivi di tossicodipendenza, prostituzione oppure rito esoterico. Il confezionamento del cadavere è di tipo malavitoso;

QUARTO SCENARIO – L’assassino è un conoscente. L’omicidio è avvenuto in seguito ad un litigio per invidia, gelosia o quant’altro.

QUINTO SCENARIO – Crimine sessuale. L’intento dell’assassino era quello di farla tacere.

Luoghi del crimine:

Isola Liri dove Serena è andata a fare una radiografia, Trivio di Arce dove Serena solitamente faceva l’autostop per andare a scuola, Rocca d’Arce dove si trova l’officina di Carmine Belli, Officina Petrucci solitamente frequentata da Carmine Belli, Fonte Cupa luogo del rinvenimento del cadavere.

L’omicidio di tipo sessuale (scenario di stupro o tentato stupro) si riconosce per lo stato di rinvenimento della vittima. La tipologia del soggetto che ha commesso il crimine si deduce da eventuali presenze di mezzi mediante i quali ha ottenuto il controllo della vittima (bavagli, catene, ecc.), dell’arma con cui è stato commesso il delitto e dal modus operandi. Il soggetto che stupra o tenta di stuprare la vittima ha tipologie diverse. Se l’assassino di Serena ha messo in atto la violenza in modo occasionale si tratta di un criminale opportunista. Se ha usato la violenza ai fini della congiunzione sessuale fino ad uccidere è un criminale con rabbia pervasiva. Se l’aggressione è stata premeditata e lo ha portato ad inferire le lesioni mortali è un criminale sadico.

I movimenti di Serena prima del ritrovamento del cadavere:

Serena Mollicone scompare la mattina del 1° giugno 2001 e viene ritrovata cadavere due giorni dopo in località Fontana Cupa in provincia di Frosinone. Alle 7,30 circa del giorno della scomparsa Serena esce di casa per andare ad Isola Liri (con l’autobus) e fare una visita dal dentista (ore 8,37). Alle 9,30 viene vista fare l’autostop oppure alla fermata dell’autobus per Arce (non è del tutto chiaro). Dopo le 9,35 non si hanno più notizie della ragazza. Dopo una lunga indagine investigativa nel 2002 viene iscritto nel registro degli indagati il carrozziere Carmine Belli che, nel 2003, verrà arrestato e accusato dell’omicidio (poi assolto definitivamente).

Errori dell’impianto accusatorio:

Ore 8,37 Serena è a Isola Liri dal dentista mentre Carmine Belli è ad Arce; ore 9,35 Serena è sempre ad Isola Liri (fa l’autostop e/o attende l’autobus) mentre Carmine Belli è sempre ad Arce; dalle ore 9,36 alle 10,09 Serena è ancora ad Isola Liri mentre Carmine Belli si è recato a Rocca d’Arce per alcuni lavori. Come faceva Carmine Belli ad arrivare in dieci minuti da Rocca d’Arce ad Isola Liri che distano tra di loro circa 20 Km.? Con quale macchina lo avrebbe fatto visto che la sua era parcheggiata ad Arce ed inutilizzabile in quanto priva di assicurazione? Come faceva a sapere che avrebbe potuto tranquillamente aggredire Serena? E, inoltre, possibile che nessuno abbia potuto dare un passaggio alla ragazza?         TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

31 - L’OMICIDIO DI YARA GAMBIRASIO

Scene del crimine:

PRIMO SCENARIO – Enrico Tironi (il vicino di casa) è l’assassino. Ha visto Yara recarsi in palestra e l’ha aspettata all’uscita facendola salire sulla sua auto con il pretesto di un passaggio a casa. Il movente dell’omicidio è a sfondo sessuale per rabbia, per rifiuto o per paura di essere denunciato. In tal senso l’omicidio è avvenuto nell’auto;

SECONDO SCENARIO – L’omicidio è di tipo maniacale. In questo caso l’assassino potrebbe essere una persona che vive in zona e che conosce, anche se solo di vista, Yara. L’omicidio è avvenuto nel luogo dove è stato ritrovato il cadavere;

TERZO SCENARIO – Setta satanica. In questo caso andrebbero esaminati attentamente i segni trovati sulla schiena di Yara e gli inquirenti dovrebbero indagare circa eventuali furti di ostie e arredi sacri perpetrati nelle chiese della zona. Il corpo sarebbe stato trasportato dal luogo dell’omicidio (cantiere di Mapello?) a quello del ritrovamento. Si può ipotizzare il rapimento di una bambina (quindi vergine) in un periodo mariano (prima dell’8 dicembre);

QUARTO SCENARIO – Rapimento. In questo caso il rapitore, essendosi reso conto di non poter chiedere il riscatto in quanto la famiglia non è facoltosa, elimina l’unica persona che potrebbe denunciarlo. Anche in questo caso l’omicidio è avvenuto in un luogo diverso da quello del ritrovamento. Questa sembra, comunque, l’ipotesi meno probabile.

QUINTO SCENARIO – L’individuo (uomo e/o donna) frequentava la palestra. L’omicidio potrebbe essere stato causato da motivi di gelosia, invidia oppure in seguito ad un litigio. In questo caso potrebbe essere stato commesso in palestra.

Luoghi del crimine:

Alla luce di quanto sopra i luoghi del crimine potrebbero essere il Centro Sportivo di Brembate, il piazzale di fronte al centro, le strade laterali, il cantiere di Mapello oppure il luogo del ritrovamento del cadavere.

I movimenti di Yara il giorno in cui è scomparsa:

Yara esce di casa alle 17,30 del 26 novembre 2010 per recarsi al centro sportivo. Quel giorno non aveva gli allenamenti ma doveva consegnare uno stereo perché quello che utilizzavano normalmente in palestra era guasto. Yara ha percorso circa 700 m. (distanza che separa casa Gambirasio dalla palestra). Dopo circa un’ora (ore 18,30) Yara esce dal centro sportivo (viene vista dal padre di una compagna) per fare ritorno a casa dove non è mai arrivata. Cosa è accaduto dopo che Yara è uscita dal centro sportivo? Si sa soltanto che alle 18,47 ha inviato un SMS ad una sua amica, poi più nulla. Alcuni testimoni hanno visto due persone litigare proprio sulla via dove abitava Yara. Un vicino di casa ha raccontato di aver visto Yara in compagnia di due sconosciuti vicino ad una macchina rossa. Yara parlava con loro e rideva. Scattano le ricerche ma di Yara non c’è traccia fino al 26 febbraio scorso quando, in un campo di Chignolo d’Isola, a 10 Km. da Brembate, viene ritrovato casualmente il suo cadavere in avanzato stato di decomposizione.

Sul suo corpo sono stati ritrovati due DNA (uno maschile e uno femminile) per cui l’omicidio potrebbe riguardare una combinazione criminale ossia di una o più persone.

Tipologia del SI

Se trattasi di un delitto a sfondo sessuale le ipotesi sono due: il branco oppure un tentativo di stupro da parte di un conoscente (a detta di tutti Yara non sarebbe mai andata con uno sconosciuto). Il branco, pur bestiale, non agisce senza motivo (fosse anche per istinto animale) per cui, presupponendo uno stupro o un tentato stupro il tutto sarebbe nato da un rifiuto di Yara e da qui la rabbia e l’omicidio. Omicidio che potrebbe anche essere stato scatenato dal timore che la ragazza potesse denunciare il fatto. In questo caso può essere considerato un delitto d’impeto. Se invece si tratta di un omicidio pianificato il soggetto è organizzato, freddo e calcolatore. Probabilmente si è sbarazzato subito del corpo scaricandolo sul luogo del ritrovamento. Dimostra di avere forti conoscenze ambientali.              TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************v

32 - Il delitto di Via Poma

Simonetta Cesaroni, una ragazza di 21 anni, viene trovata senza vita attorno alle 22,30 del 7 agosto 1990 a Roma, in Via Poma 2, nel quartiere Prati, dove lavorava come segretaria presso l’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù.

A scoprire la tragedia sono la sorella Claudia, il suo fidanzato, il datore di lavoro di Simonetta e la moglie del portiere dello stabile.

Il corpo della ragazza giace supino in una stanza, le gambe divaricate, senza slip e con il reggiseno sollevato. E’ stato trafitto da 29 coltellate al volto, alla gola, al tronco e al basso ventre. L’arma utilizzata per il delitto è, probabilmente, un tagliacarte che non è mai stato ritrovato.

La tempia destra presenta una ecchimosi, come se fosse stata colpita da un violentissimo schiaffo. Sul seno ha il segno di quello che sembrerebbe un morso.

Il corpo è seminudo ma la ragazza non presenta segni di violenza sessuale.

L’assassino ha portato via i pantaloni, gli slip e la maglietta nonché alcuni oggetti d’oro appartenuti a Simonetta.

Prima di fuggire ha cercato di ripulire l’appartamento, alcuni stracci vengono ritrovati sciacquati, strizzati e rimessi al loro posto. Un gesto che fa pensare all’intenzione dell’assassino di spostare il cadavere e che, con molta probabilità, conosceva l’appartamento.

Simonetta si recava in quell’ufficio due pomeriggi a settimana, il martedì e il giovedì, per un lavoro da fare al computer.

L’ultima azione di lei che si conosce è una telefonata fatta alla sua collega (sempre che sia stata Simonetta a farla) Luigia Berrettini per chiederle una password che non ricordava. Erano le 17,30 e da quel momento su Simonetta Cesaroni cala il buio.

Comincia così un mistero che ha messo a nudo le inadeguatezze di una indagine condotta in maniera approssimativa, piena di errori investigativi, con testimoni che cambiano continuamente versione, con chiacchiere e pettegolezzi.

A tutt’oggi gli investigatori non sono riusciti a stabilire neppure l’elemento fondamentale per qualsiasi inchiesta: l’ORA DEL DELITTO.

Il sospettato numero uno è stato per lungo tempo Federico Valle, un giovane che abitava nello stesso palazzo dove è avvenuto il delitto. A scagionarlo sono stati l’esame del DNA e il fatto che non avesse su di se alcuna ferita mentre è certo che l’assassino, nella fase finale dell’omicidio, si è ferito.

Prima di lui era stato però accusato il portiere di Via Poma, Pietrino Vanacore, in un secondo tempo scagionato dopo un periodo in carcere.

Le indagini ipotizzano che prima di essere assassinata Simonetta ha lottato con il suo omicida.

La dinamica resta comunque misteriosa: la porta dell’appartamento non è stata forzata quindi o l’assassino aveva le chiavi oppure Simonetta gli ha aperto.

Misterioso anche il ruolo del computer sul quale la ragazza stava lavorando. In un primo momento la società di informatica incaricata di esaminare il computer stabilisce che lo stesso è stato acceso alle 16,37 ma, sei anni dopo, una nuova perizia scopre che il computer non ha l’inserimento automatico dell’ora di accensione per cui quell’ora (le 16,37 appunto) potrebbe essere stata inserita da chiunque.

Dopo il proscioglimento di Valle e Vanacore la procura di Roma ha in mano soltanto due indizi: la saliva del fidanzato di Simonetta, Raniero Busco, trovata sul corpo della ragazza, e l’impronta di un morso o presunto tale.

Nel 2009 Busco viene rinviato a giudizio e qualche mese fa condannato a 24 anni di carcere. Intanto Pietrino Vanacore ha scelto di suicidarsi il giorno prima di testimoniare in aula. PERCHE’?

Gli avvocati di Busco, Paolo Loria e Franco Coppi, stanno preparando il giudizio d’Appello.            TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

33 - IL DELITTO DELL’OLGIATA: affari, tangenti e servizi segreti? No, un cameriere filippino.

E’ la storia di un mistero durato 20 anni. La storia di un delitto attorno al quale si sono fatte le ipotesi più suggestive e disparate. Risoltosi grazie ad una prova scientifica.

E’ il 10 luglio 1991. La giornata è appena cominciata quando, nella sua camera da letto in una villa dell’Olgiata (una zona esclusiva a nord di Roma), viene ritrovato senza vita il corpo di Alberica Filo della Torre, una nobildonna sposata ad un costruttore della capitale, Pietro Mattei. La contessa è stata strangolata ma prima è stata tramortita con un corpo contundente (si ipotizzerà fin da subito trattarsi di uno zoccolo). Dalla stanza manca solo qualche gioiello, ma il grosso dei preziosi non è stato neanche cercato dall’assassino.

Sulle ipotesi gli inquirenti si dividono: la polizia si concentra inizialmente sul movente più ovvio, il delitto passionale: la contessa avrebbe ricevuto nella sua camera un uomo, un misterioso amante, sarebbe scoppiata una lite e un tremendo colpo alla testa avrebbe ucciso Alberica. Il colpo inferto al capo ed il successivo strangolamento sono infatti compatibili con un raptus omicida. Per i carabinieri, invece, l’assassino doveva essere qualcuno che la vittima conosceva e di cui si fidava, qualcuno in grado di entrare nella villa e muoversi pressoché indisturbato. Saranno questi ultimi, 20 anni dopo, ad avere ragione. Ma al momento qualcosa non torna. La villa dell’Olgiata, a quell’ora del mattino (tra le 8,45 e le 9,10) era piena di gente: due domestici, i due figli della contessa, una baby sitter e quattro operai che stavano effettuando dei lavori in quanto fervevano i preparativi per una festa che si sarebbe svolta la sera stessa.

Con il marito della vittima che, durante il delitto, si trovava in ufficio, i primi sospetti si incentrano su Roberto Jacono, figlio dell’insegnante di inglese dei bambini di casa Mattei, un giovane con alcuni problemi psichici che viene inquisito per alcune macchie di sangue rinvenute sui suoi pantaloni: sarà l’esame del DNA a scagionarlo. Dopo Jacono i sospetti si spostano su di un cameriere filippino licenziato poco tempo prima, Manuel Winston. Ma anche lui (oggi possiamo dire incredibilmente) viene scagionato con la prova del DNA. Winston è la stessa persona che, a 20 anni di distanza, verrà fermata il 30 marzo 2011 e che, due giorni dopo, confesserà l’omicidio della contessa. Ad incastrarlo, questa volta, un esame più sofisticato del suo DNA trovato sul lenzuolo con il quale l’assassino aveva coperto il volto della vittima. Resta il movente del delitto che, stando alla confessione di Manuel, è quanto mai futile: il giovane, allora ventunenne, era stato licenziato dalla contessa perché beveva troppo e continuava a chiedere anticipi sullo stipendio senza mai restituirli. Quella mattina passò dal garage senza farsi vedere e, entrando nella stanza della contessa per un chiarimento, la uccise in preda ad un raptus. “La colpii con uno zoccolo – ha detto ai magistrati – poi non ricordo più nulla”. Ma molti particolari ancora non tornano.          TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

34 - OMICIDI IN FAMIGLIA – FAMILY MURDER

In base a recenti statistiche gli omicidi in famiglia superano di circa il tre per cento i delitti commessi dalla criminalità organizzata.

Esistono tre tipologie di Family Murder: omicidio strumentale finalistico, omicidio espressivo emozionale e omicidio patologico.

L’Omicidio Strumentale Finalistico è del tipo organizzato e premeditato, ha un obiettivo ben preciso ed un movente del tipo logico;

l’Omicidio Espressivo Emozionale è del tipo istintivo, esprime uno stato d’animo ed una serie di emozioni;

l’Omicidio Patologico è commesso da soggetti con forti problemi mentali.

Il Family Murder comprende quattro vittimologie: parricidio (padre, madre o entrambi i genitori), uxoricidio (coniuge, convivente, partner, ex), parenticidio (zio, cugino, nipote, ecc.) e figlicidio.

Le cause per le quali avvengono questi omicidi possono essere di vario tipo: problemi psicologici e psichiatrici, frustrazione, aggressività, problemi comunicativi in famiglia, rigidità familiare, crisi economiche e sociali, cambiamento dei luoghi di aggregazione, clima e festività.

Esempi di Family Murder

FERDINANDO CARRETTA: nel 1989, a Parma, uccise da solo entrambi i genitori e il fratello. Movente: ha l’abitudine di fare i bisogni anziché nel water in un bicchiere o su un giornale e questo fa infuriare il padre. Progetta così di uccidere con una pistola sia i genitori che il fratello. Al momento del delitto era totalmente incapace di intendere e di volere.

PIETRO MASO: nel 1991, a Montecchio di Crosara (VR), uccise entrambi i suoi genitori aiutato da tre amici. Si servì di un tubo di ferro e di altri corpi contundenti tra cui spranghe ed un bloccasterzo. Movente: voleva intascare subito la sua parte di eredità. Vengono tutti condannati per omicidio volontario e la perizia psichiatrica contemplerà la piena capacità di intendere e di volere. Nel caso di Maso lo psichiatra parlerà di disturbo narcisistico della personalità che comunque non è una vera e propria infermità.

ARAL GABRIELE: nel 2002, a Roma, ha ucciso i genitori stordendoli con un sonnifero e poi soffocandoli. Movente: aveva mentito  circa i suoi studi universitari, falsificava il libretto e aveva fatto credere loro di essere ad un passo dalla laurea in Economia e Commercio, ma il suo castello di menzogne iniziava a crollare. Aral è stato sottoposto ad una perizia psichiatrica che lo ha definito perfettamente sano di mente.

ERIKA DI NARDO: nel 2001, a Novi Ligure (AL), ha ucciso premeditatamente, con il concorso del fidanzato Omar, usando un coltello da cucina, la madre, il fratellino e, secondo l’accusa, avrebbe progettato di uccidere anche il padre. Movente: apparentemente non c’è la presenza di un comprensibile movente ma i due avevano una “idea fissa” in quanto Erika considerava la sua famiglia un ostacolo ai suoi progetti futuri. Questo però non ha consentito loro di essere considerati incapaci di intendere.

PATRIZIA REGGIANI: nel 1995, a Milano, fece uccidere da un sicario il marito, lo stilista Maurizio Gucci, con un colpo di pistola alla nuca. Movente: era sprofondata in un vortice di odio, di desideri di rivalsa, di interessi materiali che, consigliata dalla sua cartomante di fiducia, le fecero decidere di assoldare un killer per eliminare il marito. Le richieste di perizie psichiatriche arrivano incessanti ma i periti sono concordi: Patrizia ha sì disturbi di personalità ma non così gravi da farle decidere un omicidio.

N.B. – Questo elaborato è frutto di quanto da me analizzato durante il seminario “Family Murder e Indicatori del Crimine” organizzato dal CESCRIN. Relatori Dott. Carmelo Lavorino, Dott. Enrico Delli Compagni e Prof. Marco Cannavicci che ringrazio.        TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

35.  LA MORTE DI FILIPPO RACITI

Lunedì 5 febbraio 2007 RAI1 trasmette in diretta i funerali di Filippo Raciti, il poliziotto ferito a morte da pezzi di lavabo staccati dal bagno dello stadio di Catania e scagliati contro di lui da un gruppo di “tifosi” dopo la partita Catania-Palermo mentre la polizia cerca di contenere gli scontri tra le tifoserie rivali.

E’ il momento della commozione, dello sdegno e della rabbia.

Sentimenti a cui purtroppo le cronache televisive degli ultimi anni ci hanno abituato.

Perché un uomo viene strappato alla famiglia dalla pazzia di ragazzini che hanno l’età di sua figlia?

Un perché a cui nessuno ha saputo trovare risposta, una morte assurda a cui però qualcuno ha deciso di dare un senso.

Quel qualcuno sono la moglie, i figli, il suo più caro amico.

Filippo Raciti era un eroe, un uomo che quella sera provava a combattere la violenza, un uomo che preferiva insegnare con l’esempio piuttosto che con le prediche, per il quale valeva la pena di fare il proprio dovere sempre.

E inimmaginabile che dei poliziotti muoiano al solo scopo di tenere a bada delle persone che devastano le strade solo perché la loro squadra ha perso.

Le indagini sulla sua morte che portarono, grazie alle immagini filmate dalle telecamere dello stadio, all’arresto di un indiziato minorenne, condussero dopo un anno all’arresto di una seconda persona.

Il primo fu condannato a 14 anni di reclusione mentre il secondo, maggiorenne, a 11 anni.

I colpevoli hanno dovuto risarcire la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno per danni non patrimoniali e, ovviamente, la vedova e i due figli dell’ispettore.

Filippo Raciti è stato insignito della Medaglia d’oro al valor civile alla memoria.                 TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

36.  DISAGIO E DEVIANZA NELL’ADOLESCENZA

Laura, dicembre 2011

Con il termine adolescenza si intende quel periodo dello sviluppo della vita di un individuo che si colloca tra l’infanzia e l’età adulta.

Questa fase evolutiva va dai 14 anni ai 19 circa ed è caratterizzata da una serie di trasformazioni di ordine fisiologico, psicologico e sociale e come tale si configura come fase di transizione fra i ruoli sociali dell’infanzia e quelli della maturità.

In tal senso può essere considerato un periodo di crisi e di apprendimento.

Una particolare tematica relativa all’adolescenza sono i “comportamenti a rischio”, che non devono però essere considerati patologici ma funzionali in quanto sono usati dall’adolescente per costruirsi una propria autonoma identità di adulto.

I comportamenti a rischio più diffusi sono l’uso di sostanze stupefacenti, la guida pericolosa ed una attività sessuale precoce.

Il comportamento a rischio più pericoloso è la devianza.

Per devianza si intende ogni atto o comportamento di una persona o di un gruppo che viola le norme di una collettività e che di conseguenza va incontro ad una qualche forma di sanzione.

Gli adolescenti attraversano un periodo della loro vita piuttosto difficile da comprendere anche per chi vive accanto a loro.

Per una sorta di conflittualità alcuni adolescenti sembrano essere particolarmente a rischio di incorrere in comportamenti devianti.

Quando l’adolescente è a rischio devianza?

1 – quando gli oggetti ed i valori socialmente condivisi non sono riconosciuti;

2 – quando si provano emozioni forti e rischiose;

3 – quando il gruppo può diventare ricettacolo degli aspetti più fragili della personalità;

4 – quando vi è una grande superficialità nei rapporti interpersonali;

5 – quando si inizia per caso, soltanto perché le proprie aspettative si incontrano con quelle del gruppo.

E’ necessario quindi intervenire psicologicamente prevenendo le azioni di violenza e trasgressione, favorendo la progettualità, la collaborazione e la solidarietà.

Il potenziamento di questi rapporti può contenere o ridurre gli stati di disagio che spesso sono legati a povertà relazionali, ambientali e affettive.uando l’adolescente è a rischio.                                                                                                TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

37.  LA VIOLENZA 

Abbiamo fin qui trattato diversi argomenti fra i quali la violenza, analizzando ciò che riguarda gli abusi nell’infanzia, la violenza negli stadi, il bullismo, la violenza domestica e lo stalking.

Con questo articolo vorrei trattare la violenza più a carattere generale anche perché noi che quotidianamente viviamo in aree così vaste, leggiamo i giornali e guardiamo la TV, abbiamo la sensazione di essere circondati da un mondo estremamente violento, ci sentiamo insicuri e minacciati.

Sentiamo che la vita è quella che viviamo adesso; le promesse di una giustizia divina dopo la morte ci sembrano aleatorie.

Tendiamo perciò a rimuovere con una aggressività che a volte sconfina nel crimine ogni ostacolo che si frappone alla realizzazione dei nostri desideri.

Queste sono, secondo me, le radici più evidenti della violenza quotidiana.

Inoltre, a mio avviso, la violenza prospera su un terreno di eccessiva tolleranza maturato in alcuni ambienti religiosi ed intellettuali.

Il criminale gode di eccessive giustificazioni, si cerca sempre un alibi alle azioni più riprovevoli: i traumi infantili, l’esclusione sociale, la famiglia, la scuola, la società.

Non che questi alibi siano del tutto falsi, ma ciascuno di noi deve rispondere delle proprie azioni. Altrimenti non si spiega come, in una stessa circostanza, c’è chi delinque e chi no.

Il concetto di “repressione” deve tornare a far parte del vocabolario della nostra società.

Chi è preposto all’ordine pubblico non può tollerare i comportamenti violenti.

Si è visto come la politica della “tolleranza zero” abbia dato ottimi risultati negli Stati Uniti.

Certamente la repressione non basta. Occorre intervenire soprattutto nella fase educativa affinchè i comportamenti violenti e prevaricatori vengano scoraggiati.

Ma bisogna anche essere consapevoli che la violenza potrà essere arginata ma non eliminata del tutto e che la vita di ciascuno di noi continuerà ad essere una faccenda rischiosa.

- Riferimenti bibliografici:

  Arendt H., La banalità del male, Ed.Feltrinelli, 2001                                 TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************

38.  DONNE BOSS E DONNE VITTIME DELLA CAMORRA

(Riflessioni sul ruolo svolto dalle donne all’interno dei clan camorristici e sulle vittime femminili della camorra)

 

Per capire il ruolo delle donne nella camorra basta leggere uno degli spunti tratti dal libro Gomorra di Roberto Saviano:

“…appena il padre scoppia a piangere tutte le donne della famiglia iniziano ad urlare. Appena il capofamiglia smette tutte le donne riprendono il silenzio.”

La camorra è un “sistema” inventato dagli uomini, un gioco tra maschi. Un gioco nel quale le donne sono pegno, chiuse in casa, vittime e mute aguzzine.

Sempre più spesso però incluse e scaraventate in prima linea e allora anche più feroci degli uomini.

Sostegni silenziosi della continuità di quell’orrore, di padre in figlio, di marito in fratello, testimoni del sangue, addestratrici di altre donne, vittime e aguzzine come loro.

Sempre più spesso sentiamo parlare di donne boss.

Una situazione quasi inimmaginabile: una donna che esce da casa con un coltello, che rapina.

Donne che fanno sempre di più cose che una volta erano prerogativa degli uomini.

Spacciano droga, accoltellano, fanno le guappe e le dure ma sono loro le vere vittime.

Eppure fino a poco tempo fa nell’Italia del sud la situazione delle donne era diversa.

Non insorgevano contro gli uomini ma erano soltanto delle complici mute.

Pur sembrando esseri minori la forza femminile stava diventando protagonista.

Quando gli uomini venivano assassinati le donne, finalmente libere, personificavano l’indipendenza.

Un tempo vi erano delle regole non scritte che però tutti rispettavano: una era quella che asseriva che la mafia (intesa come organizzazione criminale e quindi anche la camorra) era una organizzazione patriarcale; l’altra che donne e bambini non dovevano essere uccisi.

Sembrerebbe che il boss Raffaele Cutolo andasse in giro con la moglie ed i figli proprio per proteggersi.

Ma i tempi sono cambiati ed anche le donne ed i bambini adesso vengono uccisi.

Le donne sono entrate nel mondo criminale e sono alla pari dell’uomo.

Esistono diverse categorie di donne: quelle che vivono nel lusso e nella brutalità; quelle che vogliono lottare contro la camorra ed infine quelle che sono vittime della camorra per tutta la vita.

- Bibliografia:

GOMORRA, Roberto Saviano, 2008, Ed. Mondadori                                        TORNA SU

*******************************************************************************************************************************************************************